Categorie

Progredire

  • A cura di P. Francesco L.
  • © Tutti i diritti riservati.

PROGREDIRE

Apologetica della vera religione
11 ago 2010

L’anima umana è il maggiore di tutti i prodigi della creazione, coronamento e sintesi dell’onnipotenza di Dio. La sua sostanza è spirituale distinta dal corpo, resistente alla morte come dice il Signore: “nolite timere eos, qui occidunt corpus, animam autem non possunt occidere” … “non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima” Mt10,28.

Dio è spirito e l’anima è spirituale. Essa vive, vede e opera attraverso il velo della materia, ma ne è distinta. Dio è eterno e l’anima è immortale; essa ha avuto principio ma non avrà fine, non morrà mai. L’anima è immortale, non può morire mai. Il buddhismo, all’opposto,  nega ogni esistenza indipendente dell’io: “Non abbiamo coscienza di alcuna entità immutabile o principio eterno nell’uomo” (1). Ciò che qui si vuole affermare è che al di là degli elementi costitutivi, la materia e la mente, non sembra esserci altro. Qualunque scuola buddista insiste su questo punto: l’io è illusione. Per un buddhista non vi è nessuna necessità di considerare l’anima distinta dal corpo, perché l’anima tutt’al più è lo stesso corpo. Non esiste niente di permanente, ciò che è materiale è reale, l’unica forma di conoscenza è la percezione sensoriale. Dice il Dalai Lama: “Se dovessimo scegliere? Se avessimo bisogno di un punto di appoggio? Allora, dice il Buddha, senza dubbio conviene scegliere il corpo, perché almeno sussiste per un momento“. (2) Per tale motivo attribuire le categorie della spiritualità al buddhismo è una autentica impostura contro l’ umanità. Perché? Perché il buddhismo è uno dei sistemi più antichi del materialismo. La sua dottrina si basa piuttosto sulla psicologia, e come la psicologia cerca di localizzare l’anima nel corpo, nel sistema nervoso, nel cervello.

L’anima essenzialmente immateriale, rigorosamente spirituale, creata da Dio intelligente, ma distinta dal Creatore come un’opera è distinta dall’artista che la crea, è incompatibile con l’interpretazione psicologica e razionalista di Siddharta. La prima preoccupazione del buddhismo è quella di diffondere nozioni erronee sulla natura dell’uomo, e sovvertire la conoscenza. I buddhisti, sebbene non intendano parlare della trasmigrazione di un’anima, anch’essi non possono evitare di dire che quando qualcuno muore, “egli” rinasce in una nuova vita. Senza fare riferimento a un sé permanente, ciò che trasmigra è un continuum che non è un’entità permanente. L’individuo del momento attuale non è quello del passato, ma è comunque il prodotto del passato, il risultato della serie. Cerchiamo di sciogliere questo nodo ben congegnato da Siddharta, che lascia alla mente dei discepoli solo l’impressione della verità, ma che si esaurisce fino alla disgregazione della personalità: “Il Re chiede a Nagasena: Colui che nasce, Nagasena, rimane lo stesso o diventa un altro? Né lo stesso , né un altro” (3). Siddharta è esplicitamente evasivo! Continua e spiega al Re che quel bambino che era molti anni prima, diventato adulto è un altro. Il Re dimostrando di aver compreso risponde: “Quel bambino era uno ed io sono un altro“. E’ assurdo pensare che il bambino diventato adulto non è più lo stesso individuo o la stessa persona. Questo pensiero è vuoto di qualsiasi fondamento antropologico. Le modificazioni strutturali della mente e del corpo non vanno ad alterare l’essenza stessa dell’individuo, che rimane unico e lo stesso. L’uomo muta ogni istante, ma ha sempre coscienza della sua identità. Siddharta ha insegnato che l’anima spirituale non permane dopo la morte, perché non esiste; ciò che rinasce è qualcosa del corpo che continua. L’ individuo, secondo i buddhisti, è la somma delle disposizioni e degli atti organici e mentali.

La teoria induista della trasmigrazione dell’atman da un corpo ad un altro, certamente più spirituale, è spostata dal buddhismo a una visione più marcatamente materialista. Non esiste un sé indipendente, un’entità permanente, distinta dal corpo, ma un sé dipendente dagli “aggregati della mente e del corpo” (4). Ma in definitiva cosa rinasce? Risponde approssimativamente il Dalai Lama: “un sé che non esiste intrinsecamente” (5). Ma è una risposta? Non l’anima spirituale distinta dal corpo, ma una flebile continuità, un flusso esistenziale dipendente dagli aggregati del corpo, che neanche i buddhisti sanno dire cosa sia. O meglio sanno dire cosa non è, e non sanno dire cosa sia specificamente. In senso generale l’atman, il sé, è lo stesso corpo caratterizzato da quegli attributi di innata consapevolezza che sono impliciti nelle espressioni: “io vado, io resto” (6).

Cerchiamo di comprendere: l’anima non è struttura dell’organismo corporeo. Se l’anima potesse subire privazione di vita come il corpo, non sarebbe anima ma un essere animato. Il corpo è l’essere che non esiste da sè, infatti se è abbandonato dall’essere per cui esiste, cesserà di esistere. Il corpo e la mente sono nel divenire. L’essere intelligibile e razionale non è nel divenire, perché è essenzialmente super-temporale e non soggiace al divenire. L’anima razionale ha il pensiero che non soggiace al divenire: due e tre che fanno cinque è sempre ugualmente il medesimo pensiero . Il due e il tre addizionati non potranno mai essere sette, per questo motivo l’anima ha una natura eterna, il suo pensiero non soggiace al divenire come la mente e il corpo. Il corpo non può essere completamente uno, perché può essere diviso in parti, come anche la mente non vinta dalla potenza razionale dell’anima è sempre multiforme, divisa nel molteplice, confusa nel contraddittorio, trascinata da ogni parte. Apprendano i buddhisti che è ignoranza pensare che il puro pensiero matematico sia nel divenire. Eppure, dicono insensatamente, la vita non è forse il risultato della configurazione ultima della materia? Stoltezza! La natura umana possiede per essenza la facoltà d’investigazione e di ricerca delle realtà eterne e permanenti. Dunque il sé, l’anima, contrariamente a quanto afferma il Dalai Lama non è assolutamente un flusso esistenziale dipendente dagli aggregati del corpo, né è riducibile alla struttura dell’organismo.

Chi ha mai visto esistere un’anima disgiunta dal proprio corpo? Che domanda sciocca. Se qualcuno dicesse di essere oppresso da dolori, non sarebbe da stolti pensare che il dolore non esiste solo perché non lo sentiamo e non lo vediamo noi? Gli apostoli videro, i santi videro le anime di molti giusti. Sul Tabor mentre il Signore si trasfigurava, apparvero Mosè ed Elia che discorrevano con Lui, e furono testimoni gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni.

Non esiste solamente quello che si vede. Sono tante le cose che non si vedono ed esistono. Quale arrogante potrebbe dirvi che non esiste il vostro pensiero solo perché non lo sente e non lo vede lui? L’illusione buddhista di essere solo il proprio corpo, può essere rimossa soltanto dall’acquisizione della retta conoscenza. La barriera del mondo visibile è rimovibile e può essere rimossa solo per mezzo di una corretta percezione della verità.

Il Vangelo della verità è tutto una rivelazione dell’immortalità dell’anima. Non si dica che non è venuto nessuno dall’oltre tomba a dirci che l’anima vive immortale. E’ venuto Gesù Cristo, il Verbo di Dio. Dunque non è forse vero che nella parabola del ricco Epulone e di Lazzaro ci mostra lo stato dell’anima giusta e quello dell’anima peccatrice nell’ eternità? Il Signore ha detto che non dobbiamo temere gli uomini, ma Dio che può mandare in perdizione l’anima e il corpo: “sed potius eum timete, qui potest et animam et corpus perdere in gehenna” … “temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna” Mt 10,28.

Quando un buddhista nega l’anima è soltanto perché ha avuto già prima l’arroganza di negare Dio che ha creato l’anima. La verità è sapienza ma quando è avulsa da Dio diviene caos. Dio tiene nascosta la verità alla mente degli eruditi e degli intellettuali, che credendo di essere nella luce, sono nelle tenebre dell’ autosufficienza, come dice il Signore: “Confiteor tibi, Pater, Domine caeli et terrae, quia abscondisti haec a sapientibus et prudentibus et revelasti ea parvulis” … “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” Mt 11,25. L’anima esiste ed è creazione di Dio. L’anima non si vede in sé perché è principio semplice e spirituale. Non è un organo che possa essere identificato anatomicamente, non può essere toccata da medici, né operata da chirurghi. La si può vedere solo purificando la mente dall’orgoglio che separa da Dio. Siddharta ha mancato lo scopo che la sua stessa natura gli assegnava. Avendo smesso di tendere con tutto il suo essere verso Dio, lo specchio della sua anima si è oscurato e ha smesso di risplendere. Egli mise la sua anima dietro al suo corpo e sentì la necessità di ritrovare ad ogni vita un nuovo essere corporeo. La dottrina delle rinascite è carnale, come dice la Verità: “Quod natum est ex carne, caro est; et, quod natum est ex Spiritu, spiritus est” … “Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito” Gv 3,6. Rifiutando di pensare bene si è messo a concepire e ad immaginare ciò che non esiste: i cicli delle rinascite. Ma come si concilia l’impermanenza dell’io con la necessità delle infinite rinascite? I testi buddhisti mostrano chiaramente che esistono sei possibili condizioni dell’uomo dopo la morte: “esseri infernali, fantasmi affamati, animali, esseri umani, semidei e dei” (7).

Non c’è cosa peggiore che avvilire l’intelletto umano a questa deprimente visione dell’esistenza. Illudersi di avere un potere individuale che esclude totalmente Dio, conduce a immaginare che da un atto volitivo dell’uomo possano derivare effetti magici sulla realtà. Questa idea la ritroviamo in tutti gli stadi primitivi della storia dell’uomo. E’ l’astuta parodia che pretende sottrarre a Dio il mondo e l’uomo, privando la Divinità del diritto sovrano di giudicare.

L’uomo attraverso i cammini di trasmigrazione potrebbe reincarnarsi passando per la matrice di ragni e lucertole, attraverso ulteriori modificazioni fino all’uomo, rinascita, molto rara e difficile da conseguire, come insegna il Dalai Lama: “La reincarnazione in un essere umano è in effetti difficile” (8). Difficile? Quanti secoli ancora dovrà vivere come un essere qualunque che striscia e salta, prima di passare a una reincarnazione umana? Il senso di colpa provato dal Dalai Lama è riferirto ad un episodio che egli stesso racconta in un’intervista a Howard C. Cutler: “Un anziano monaco viveva come eremita. Veniva a trovarmi per affinarsi nella dottrina, ma credo fosse più esperto di me e mi facesse visita per una sorta di formalità. In ogni caso, un giorno arrivò e mi chiese consiglio sul modo di compiere una pratica esoterica di alto livello. Io risposi con noncuranza che era una tecnica difficile, più adatta a una persona giovane. In seguito seppi che si era ucciso per rinascere in un corpo più giovane e dedicarsi alla pratica in maniera più efficace”. “Immagino abbia provato rimpianto”. Il Dalai Lama annuì con aria triste: “Non me ne liberai. E’ ancora lì” (9). Quel povero monaco dopo una vita spesa nell’addestramento ascetico, ha realizzato di aver faticato e ricercato invano. E’ una più grande felicità nascere cretini, che vivere come un buddhista, il quale dopo una intera vita di rinunce è ancora lì a reincarnarsi per subire infinite rinascite in esistenze frustranti e dolorose. Una stoltezza peggiore non si può immaginare. La vita è l’unico viaggio importantissimo, mentre il buddhismo è il più grave assurdo dell’esistenza.

Già nei Veda, patrimonio di dottrine dell’induismo di cui Siddharta assorbì le rappresentazioni reincarnazioniste, sono citate opere che sarebbero state redatte da personaggi mitici come Manu. La Manusmriti espone in strofe la legge delle rinascite così: “Chi ruba grano, diventa topo; chi ruba bronzo, diventa oca; chi ruba acqua, diventa un animale acquatico; chi ruba miele, diventa mosca; chi ruba latte, diventa cornacchia; chi ruba leccornie, cane; chi ruba sale, grillo” (10).

In qualsiasi stato d’animo si compia un’azione, se ne coglierà il frutto in un corpo corrispondente. Siddharta pur elevando una indignata protesta contro la superstizione e l’irragionevolezza, pur minando l’autorità dei Veda, negando la divinità degli dei, e distaccandosi dalla fede nell’atman che passa da un corpo all’altro, ha conservato il pensiero indù della reincarnazione. Egli nacque, fu educato, visse e morì come un indù. Il buddhismo infatti, è una derivazione dell’induismo e ha ricevuto in eredità dal Brahmanesimo molti dei suoi dogmi più importanti, tra questi quello della reincarnazione.

Sarebbe opportuno chiedere al Dalai Lama se un essere umano regredito nella condizione animale non potendo più essere chiamato uomo, senza il libero arbitrio, come possa risalire da quella condizione animale. Solo l’uomo è capace di progresso; ogni specie animale è ora come era mille, tremila anni or sono. L’animale è fedele al suo istinto, non cambia. Nuove razze di cani e di cavalli rimangono sempre cani e cavalli, essi non si tramutano in esseri umani. Non può essere colmato l’enorme lacuna esistente tra l’animale e l’essere umano. La vita del cane è ora qual era in passato. La rondine fabbrica sempre identico il suo nido. Solo l’uomo è capace di progresso perché porta in sé un principio superiore a tutti gli altri esseri viventi, un principio intelligente, spirituale. E’ per l’anima che l’uomo ragiona, impara, progredisce. E’ per l’anima che ogni conquista scientifica di un individuo diventa un patrimonio comune dell’umanità. L’animale non è cosciente di evoluzione spirituale. Propriamente solo l’anima razionale è anima, gli animali non partecipano della natura intelligibile e spirituale. Un pane costruito di carta è solo un prototipo del vero pane, ad esso manca il potere reale di essere cibo, anche se la figura è la stessa, uguale la grandezza, simile il colore. L’anima umana ha la perfezione nell’intelligibile e nel razionale, di conseguenza tutto quello che non è in tale situazione, può essere omonimo dell’anima, ma non è l’anima.

Dicono i buddhisti: la materia può pensare, non c’è bisogno di stipulare l’esistenza indipendente di un io, oltretutto, alterato il cervello, il pensiero è turbato e annientato. Ragionando in tal modo, dimostrano di essere nell’ignoranza, perché confondono la condizione e lo strumento con la causa. Come un albero è unito alla terra, così l’anima finché è nel corpo è destinata ad operare con esso. L’anima vede con gli occhi, ascolta con le orecchie, e pensa e intende per mezzo del cervello. Il cervello è lo strumento, ed è per l’anima ciò che le corde del violino sono per Paganini. Rotte le corde Paganini, non ne trae più le sue sublimi armonie. Così alterato il cervello, l’anima non ha più lo strumento con cui esprimere il pensiero e l’intelligenza. La scienza può perfezionare o alterare il cervello, strumento dell’anima. Come da un violino più perfetto Paganini sa trarre migliori armonie, così l’anima per mezzo di un cervello più perfetto, esprime meglio i suoi ragionamenti. Da un violino rovinato neppure Paganini avrebbe tratto suoni, così con un cervello gravemente alterato l’anima quello che può farebbe separata dal corpo, non può fare e svolgere unita al corpo. Pertanto, il cervello è per l’anima, quello che lo strumento è per l’artista.

Sarebbe ancora più opportuno chiedere al Dalai lama, se un individuo ricorda l’esistenza trascorsa da tigre, e da tigre come abbia potuto risalire fino alla natura dell’uomo. I presunti ricordi delle vite precedenti, sono sogni non appoggiati a nessun dato positivo, sono creazioni della fantasia. Oltretutto mancando la coscienza della propria identità e perdendo completamente la memoria del passato, per l’ anima equivale a essere distrutta la personalità. Tutti i buddhisti sono in grande errore. Mi stupisco come menti ritenute intelligenti possano avere abbracciato queste irragionevoli idee. Questo ignoranza è ricordata così nelle divine Scritture: “erdam sapientiam sapientium et prudentiam prudentium reprobabo” … ”Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti” 1Cor 1,19.

Quale offesa alla potenza creatrice di Dio che ha destinato la nobile natura dell’uomo al cielo. Questo passare dalla sorte di quadrumani, a quella di uomini è menzogna. Dio non ha concepito il mondo come un palcoscenico, la vita come una commedia, dove l’uomo abile trasformista vi appare ora come animale, ora come umano. Questo camuffamento utile a recitare delle parti è una astuta commedia dell’uomo recidivo nelle colpe. Se il vantaggio di un certo tipo di pensiero è l’eliminazione di Dio, che chiama alla vita una sola volta, e fa esame severo delle opere dell’anima e del corpo degli uomini, è più facile abbracciare questo tipo di cultura magica della lampada di Aladino e dei tappeti volanti. Il buddhismo offre la formula magica per pensare il mondo come si vuole e non come lo ha voluto Dio.

Volendo però un attimo abbandonare la mente alla fantasia, quale carne dovrebbe risorgere nel giorno della grande rassegna? Se la prima carne è stata utile per l’ascesa alla seconda, e la seconda è stata utile per l’ascesa alla terza, la prima e la seconda già sono meritevoli della risurrezione. Ingiusto sarebbe da parte di Dio ammettere alla risurrezione solo la terza.

Il giudizio finale di Dio è una verità solennemente insegnata da Gesù Cristo : “congregabuntur ante eum omnes gentes; et separabit eos ab invicem” … “saranno riunite davanti a Lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri”  Mt 25,32. S.Paolo lo ricorda con autorità apostolica: “Omnes enim nos manifestari oportet ante tribunal Christi, ut referat unusquisque pro eis, quae per corpus gessit, sive bonum sive malum” … “Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male” 2Cor 5,10. La reincarnazione, in definitiva, è contro la giustizia di Dio e contro la ragione umana.

(1) Cfr Samyutta Nikaya, IV 54
(2) Dalai Lama, “La compassione e la purezza”, Ed. Fabbri Editori pag. 70
(3) Radhakrishnan, “La filosofia indiana”, Ed. Asram Vidya pag. 400
(4) Dalai Lama - Benevolenza, chiarezza e introspezione – Ed. Ubaldini pag. 132
(5) Dalai Lama - Benevolenza, chiarezza e introspezione – Ed. Ubaldini pag. 134
(6) Dalai Lama - Benevolenza, chiarezza e introspezione – Ed. Ubaldini pag. 132
(7) Dalai Lama - Benevolenza, chiarezza e introspezione – Ed. Ubaldini pag. 77
(8) Dalai Lama, “La compassione e la purezza”, Ed. Fabbri Editori pag. 201
(9) Dalai Lama con Howard C.Cutler, “L’arte della felicità”, Edizioni Mondolibri pag. 142-143.
(10) Gino Ragozzino, “Religioni Orientali”, Edizioni Dehoniane Roma pag. 74 . (10) La legge delle rinascite (XII, 53 ss.)




20 giu 2010

Il nirvana ha il suo presupposto e la sua comprensione nella convinzione buddhista delle rinascite, la supposizione di un incessante susseguirsi di morti e di rinascite a nuove esistenze. L’uomo attraverserebbe delle condizioni che si chiamano cammini di trasmigrazione. Secondo la tradizione Tibetana sarebbero sei le condizioni di rinascita (1), ma discuteremo su questo successivamente, quando studieremo e confuteremo la parodia della reincarnazione.

Per ora dico solo, che questo passare dalla sorte di quadrumani a quella di uomini è delirio. L’evoluzione è quella dello spirito durante l’esistenza di una sola vita, e non passando per la matrice di ragni e lucertole. Non sono le molteplici scorze che fanno evolvere lo spirito, ma il pentimento che determina la rinascita spirituale, come dice la Verità: “Quod natum est ex carne, caro est; et, quod natum est ex Spiritu, spiritus est… Oportet vos nasci denuo” … “Quel che è nato da carne è carne e quel che è nato da Spirito è Spirito….dovete rinascere dall’alto” Gv 3,6.7. Bisogna rinascere spiritualmente secondo Dio. Il Signore stabilisce il livello spirituale della comprensione e invita a guardare più in alto delle leggi naturali di nascita e di morte. La rinascita è dall’Alto, non dal basso, dallo Spirito non dalla carne, cioè da motivi superiori che trascendono quelli inferiori della materia che hanno ancora come presupposto l’accoppiamento.

Nel buddhismo questo flusso di vite e di stati avrebbero come progressiva méta: il Nirvana. Cos’è il Nirvana? Siddharta diede una risposta molto evasiva e scoraggiò qualsiasi tipo di speculazione sulla condizione di coloro che avrebbero conseguito la totale estinzione.

La parola Nirvana letteralmente significa “spegnere”, “raffreddare”. Lo spegnere suggerisce l’estinzione e richiama al pensiero che la mente, quando è liberata, è come una fiamma spenta dal vento che sparisce e non può essere percepita. Il nirvana è liberazione? La prima discussione è se dunque dobbiamo credere il nirvana come una condizione di liberazione. Siddharta che è uno dei più grandi filosofi esoterici dell’antichità, stabilì la comprensione del nirvana sull’esperienza del vuoto, ossia la cessazione completa dei fuochi della passione, del risentimento e dell’illusione fino alla dissoluzione della personalità (2).

Se il nirvana è liberazione, Dio rientra per Siddharta tra gli elementi di ostacolo e perciò deve liberarsene. Perché? Perché la fede, pensava, non sollecita il ragionamento e non aiuta a progredire verso il nirvana. Non vedeva che il bene dell’anima è la conoscenza di Dio. La fede in Dio, in verità, è una disposizione perfettamente razionale; non ci si abbandona alla fede in se stessi, allo sforzo personale, ma a Dio, perché si è sicuri della sua potenza. Solo la fede in Dio avrebbe potuto liberare Siddharta da tutte le false conoscenze che erano in lui come un vero focolaio d’infezione, per far posto alla conoscenza divina. Conoscendo Colui che è la verità, avrebbe conseguito il dono del discernimento, e reso veramente libero dalle illusioni che l’ignoranza generava, sarebbe stato introdotto alla vita immutabile, quella vera.

L’incredulità è una malattia del buddhismo, dice il Dalai lama: “non posso credere nemmeno in forma allegorica che Dio abbia creato il cielo e la terra” (3). I buddhisti vantano la “non violenza” come un loro antichissimo valore, e con pacata intelligenza fanno “violenza” alla Verità da quando Siddartha, caduto nell’ignoranza di Dio, mise tutta la potenza intellettuale in nessun altro che se stesso. Non vide che l’orgoglio è un movimento irrazionale e produce giudizi errati. Da allora diffuse false argomentazioni contro la Verità e col pretesto della gnosi allontanò da Colui che ha costituito e ordinato questo mondo, come se avesse da mostrare qualcosa di più sublime e di più grande di quell’unico Dio che ha fatto il cielo e la terra e tutto quanto vi è contenuto. Dice l’Onnipotente: “Quis est iste obscurans consilium sermonibus imperitis? … interrogabo te, et edoce me. Ubi eras, quando ponebam fundamenta terrae? Indica mihi, si habes intellegentiam” … ” “Chi è costui che oscura il consiglio con parole insipienti? … io ti interrogherò e tu mi istruirai. Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terrà?” Gb 38,3.4

Siddharta come ogni personaggio che nella storia ha incarnato questa opposizione al Creatore, diventa il tipo, la figura, e la prefigurazione dell’antiverità. Egli sedotto segretamente da satana, inganna sotto pretesto di verità e allontana da Colui che ha detto: “Ego sum veritas” … ”Io sono la verità” Gv 14,6. Accoglie da satana la parola contraria a Dio e pretende di insegnare la verità. Così, ci sono vie che sembrano essere giuste, il cui termine però si affaccia sulle oscure profondità. C’è, infatti, una spiritualità apparente che non è la spiritualità vera. L’acqua zuccherata e quella comune sono solo apparentemente uguali, ma analizzandole si scopre che una è alterata e l’altra è pura. Così, una spiritualità può avere elementi di mistificazione ed essere contraria alla spiritualità divina.

Quella buddhista è una mistica non vera che induce gli uomini in errore , come dice la Verità: “Erratis nescientes Scripturas neque virtutem Dei” … ”Voi vi ingannate, non conoscendo, né le scritture, né la potenza di Dio” Mt 22,29. E’ la virtù di Dio che fa conseguire l’estinzione delle passioni, mentre l’inganno a cui soggiacciono tutti i buddhisti, é credere il nirvana come espressione del proprio valore e prodotto dei propri meriti. Credere di vivere una spiritualità fuori di Dio, totalmente autonoma, indipendentemente da lui e affermarsi come unico principio del progresso etico, è una manifestazione dell’illusione e dell’ orgoglio. Tra le diverse passioni l’orgoglio spirituale possiede al più alto grado la capacità di far scomparire altre passioni. Così l’orgoglio, in certi casi, soddisfatto di sé appare come la virtù nemica della collera, del risentimento, della lussuria, dell’avidità. Ha il potere di simulare l’estinzione-nirvana di tutte le altre passioni e di occupare da solo tutto il posto nella mente, questo perché esso è il principio di tutte e in qualche modo le contiene tutte sinteticamente. Le passioni si allontanarono da Siddharta salvo una sola “l’orgoglio”. Ingannato da satana ebbe l’impressione spirituale di essere esente da tutte le passioni, tranne che dall’orgoglio. Ghiotto della soddisfazione di sé, immaginò tale possesso come un appagamento supremo. L’unica passione che non estinse fu la superbia, che con il suo occulto influsso gli impediva di vedere che aveva scambiato la verità di Dio con la menzogna.

Satana visitò la sua mente in forma di luce, lasciando tedio e tenebre, vuoto e nulla, partecipandogli però un siffatto appagamento perverso, una specie di trance occulta, per convincerlo della sovranità dell’umana ragione, con conseguenze inevitabilmente drastiche: esaltazione della mente e rifiuto di Dio. E’ Satana che attraverso l’orgoglio eccitò la mente di Siddharta e adulterò l’esperienza spirituale in una iniziazione mistica-occulta. L’orgoglio è la principale porta d’ingresso per la quale satana entrò e operò con suggestioni ingannevoli. L’orgoglio, infatti, è un ponte sul quale passano i demoni, istruendo con simulazioni, false interpretazioni e con parole che sembrano vere ma non lo sono, come dice il santo apostolo: “ipse enim Satanas transfigurat se in angelum lucis” … ”satana si maschera da angelo di luce” 2Cor 11,14. Satana è un esperto mistificatore che induce a errare in campo dottrinale e morale e più sottilmente in campo spirituale. Il Nirvana è un errore che si abbiglia astutamente di un rivestimento di credibilità, fino ad apparire agli ingenui più vero della verità stessa.

E’ importante del buddhismo denunciare e smascherare la dottrina che tende verso il nulla: quel nirvana simbolo di quella pace scolpita sul volto dei morti, che essi, come abbiamo dimostrato, credono supremo conseguimento. Coloro infatti che abbandonano Dio piegano verso il nulla. Il loro stato psichico, è quietismo, è immobilità dell’orgoglio, è solo un falso riposo. Questo riposo li rende inutili come seduti in se stessi, saturi di quella ignoranza inferiore ad ogni vera conoscenza che viene da Dio.

Il sacrificio è l’essenza della vita spirituale, ma tra questi vi sono alcuni che avendo rinnegato l’ascesi corporale, non negano più niente a se stessi, per evitare che il sacrificio turbi il riposo dello spirito. Concedono al corpo tutto ciò che vuole, altrimenti, dicono, la loro quiete rischierebbe di soffrirne. Incapaci di elevarsi al divino e di sublimare con l’amore il dolore, sono preoccupati di non soffrire assolutamente nulla, pensando solo a conseguire la cessazione delle afflizioni mentali e non l’amore. La tranquillità presunta del nirvana, cos’è? Ristagno, paralisi, parcheggio, staticità. Cos’è? E’ oblio di Dio. Questo si vuole chiamare beatitudine? Lo spirito di un uomo affamato immagina il pane, così i buddhisti affamati di liberazione immaginano la beatitudine. E’ così che il nemico mentitore e scaltro li inganna. Che tristezza, l’orgoglio per dosi eccessive ha indotto Siddharta a credersi in una condizione di liberazione, mai veramente conseguita. Questo è accaduto perché la volontà di raggiungere uno scopo stabilito era l’unico movente. Tutta la differenza del suo atteggiamento viene dal fatto che egli pensò di attuare un’opera puramente umana, con mezzi umani, mentre il vero contemplativo non ha alcuna opera, ma solo una risposta d’amore. Non ha che da lasciare Dio libero di unirlo a sé, e di agire del tutto gratuitamente riguardo all’amore. L’opera spirituale è di Dio, egli vi coopera semplicemente e non attende il successo dai suoi sforzi, perché non potrebbe, senza Dio, che conseguire le mete dell’orgoglio, chiuso dentro i limiti della ragione.

I risultati spirituali che il vero contemplativo raggiunge, non sono mai proporzionati ai suoi sforzi umani, ma alla liberalità e generosità di Dio. Ecco perché la condizione del nirvana è diametralmente opposta alla pace divina, piena di vita, di desideri purissimi, di affetti elevatissimi. Siddharta resta fisso al di qua, ma la potenza di Dio spinge l’esperienza mistica al di là. Il buddhismo non conosce né la scienza di Dio, né i mezzi offerti da Dio, che superano infinitamente le capacità dell’uomo. Psicologicamente le risorse umane sono limitate, l’uomo conosce nelle sue fatiche spirituali solo un appagamento prodotto dall’orgoglio. Questo accade quando l’orgoglio rende l’uomo incapace di lasciarsi attraversare dal pensiero onnipotente di Dio. Tra la beatitudine che viene dall’Alto e il nirvana che viene dal basso, vi è la stessa differenza che tra Dio e una creatura ingannata.

Il nirvana è il vuoto della mente, è un modo di sdraiarsi in fondo a se stessi. La verità della cessazione è quella che fa conseguire all’anima il diletto di Dio e la tranquillità dell’amore di Dio,  che nessuna lingua è sufficiente a descrivere. L’uomo innalzato oltre se stesso, possiede come un dono l’occhio dell’intelletto talmente chiaro e puro che vede Dio, la Prima Verità e lo ama. L’affetto gusta Dio senza potere più uscire da lui con lacrime di dolcezza. Il nirvana al contrario è un riposo fuori dell’amore divino. E’ una soddisfazione prodotta dall’orgoglio spirituale, che con compiacenza interiore rende il buddhista incurabile. D’altronte l’esperienza di soddisfazione e di appagamento non è sempre garanzia di buona marca o di vero requisito spirituale. Anche un assassino può provare soddisfazione nel momento in cui commette l’omicidio. Un superbo può essere soddisfatto e appagato al pensiero delle opere di elemosina che adempie. La linea di demarcazione tra una spiritualità vera o una falsa non è data dalla sensazione di immediata o continuata soddisfazione che un’esperienza procura. E’ tipico del male prendere l’aspetto di bene. Questo è il sommo dell’inganno e dell’illusione buddhista: pensare che la conoscenza di Dio è contraria alla beatitudine. La Scienza eterna ammonisce che chi compie tale delitto cade in regni orribili, immerso in una terribile e immensa notte.

I fiammiferi caduti in acqua non si accendono quand’anche li strofinaste vigorosamente. Lo stesso accade ai buddhisti imbevuti d’orgoglio, per quanto si impegnino vigorosamente senza Dio. Innalzatisi da se stessi nel vuoto, sono precipitati nell’oscurità fino a sbattere sulla pietra dell’orgoglio, che sfugge alla loro analisi. Siddharta durante la sua vita terrena non potè accedere al gaudio soprannaturale della beatitudine, nè alla sublime visione spirituale di Dio, nè lo possono i suoi devoti se prima non estinguono la cattiva fiamma della loro colpevole e presuntuosa negazione di Dio.

Il nirvana ricorda la caduta degli angeli, che ripiegatisi, cercarono in se stessi il riposo senza Dio. Il buddhista è un preteso contemplativo, simile a uno che ama se stesso e gusta se stesso. La soddisfazione che prova è un dono di satana, che fa assaporare quello che anch’egli gustò dal vuoto assoluto di Dio. Quello che i buddhisti chiamano la soddisfazione suprema, è un gloriarsi vituperevole che proviene dalla superbia, mentre credono di vivere secondo giustizia. Ignari della verità, sono colpevoli di aver soffocato la verità nell’ingiustizia. Quale ingiustizia? Quella di averne voluto stabilire una propria. Essi attribuiscono al loro progresso e non a Dio, il trionfo dei loro sforzi. L’umana presunzione ignora infatti la giustizia di Dio, perché non comprende chi è Colui a cui la ragione umilmente debba prestar fede.

La vera giustizia esclude il vanto, distrugge l’orgoglio della bellezza spirituale e l’innato egotismo, ossia, quel perverso compiacimento con cui ci si guarda interiormente, che fa di se stessi l’oggetto privilegiato di ogni riflessione. Questo significa che la giustizia divina non può essere ottenuta finché si è presi nei lacci dell’orgoglio. Alla presunzione e alla superbia si sostituisce segretamente quella soddisfazione suprema di se stessi, quella falsa pace, che aggiunge fascino alla conoscenza acquisita. Il divino non si concede al fascino dell’orgoglio come dice la stessa Verità: “Deus superbis resistit” … ”Dio resiste ai superbi” 1Pt 5,5. Costoro sono distaccati dal mondo? Attaccati e incollati a se stessi, seduti in fondo a se stessi nella loro accidiosa immobilità, non hanno neppure la minima consapevolezza dell’immensità della gioia divina di cui mancano. Alla loro autostima coincide l’autoerotismo spirituale. Idolatri di adorazioni non date al Dio vivente. Dimostrano ingratitudine verso Dio, attribuendo a se stessi quello che di buono hanno da Dio. Non conoscono la potenza della verità che esclude il vanto al cospetto di Dio, come dice il Signore: “veritas liberabit vos” … ”la verità vi farà liberi.”Gv 8,32.

Qualche volta i loro atti interni assomigliano a quelli del vero amore, come un granellino di sabbia al sole. Il vero amore non cerca che Dio dimenticandosi. Solo coloro che sacrificano la filautia, ossia l’amore di se stessi all’amore divino sono figli dell’immortalità.

I buddhisti sono i peggiori nemici di Dio, perché la loro indifferenza li fa coricare nel vuoto senza rendimento di grazie, senza amore, senza desiderio, senza preghiera al Dio vivente. Dicono: Dio non può darci nulla, ne toglierci nulla. Mentre Dio ha già dato loro molto, e ha già tolto loro moltissimo. Non rimarremmo impressionati se vedessimo cadere un occhio a un adultero dopo avere desiderato la donna altrui?! Ebbene Dio ha tolto loro l’occhio dell’intelligenza spirituale, abbandonandoli all’orgoglio, illusi di essere al di sopra di tutto: degli uomini e di Dio. Voglia il Signore, vedendoli annegare, tirarli fuori dall’acqua della presunzione e insegnare loro a nuotare. Il buio dell’oblio di Dio può aver fine in loro solo col soccorso della luce, come dice la Verità: “Ego sum lux mundi; qui sequitur me, non ambulabit in tenebris, sed habebit lucem vitae” … ”Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” Gv 8,12.

Non possono essere vinte le tenebre aggiungendovi ancora più tenebre. La Conoscenza del Supremo, la Somma Scienza, la Vera Beatitudine al contrario arrivano misticamente dal dono di Dio. La fede disprezzata dai buddhisti è richiesta dall’Ineffabile divinità, perché guidi la ragione alla ricerca e alla consapevolezza del vero bene, che il buddhismo possiede solo in apparenza per l’inganno dei santi. Chi è colui che possiede in se la forma del bene solo in apparenza? Satana! Questi reso oscuro dai vapori della superbia e presumendo di essere simile a Dio, volle essere non solo Signore degli uomini bruti e passionali, ma pure di coloro che lasciando le passioni aspirano alla virtù, ingannandoli con l’apparenza della verità. Questo significa che Dio è la giustizia e Satana la falsa giustizia. Quando dunque c’è una giustizia apparente che non è la giustizia vera, una giustizia di tal fatta è l’antiverità. Così anche la compassione è l’antiverità, quando si oppone alla compassione divina in coloro che lodano se stessi, ma non sono compassionevoli in nome della carità di Dio. I buddhisti sono individui con le ali spezzate, che non potendo alzarsi sopra la ragione, negano Dio il sole di giustizia che altri più puri vedono, come dice la Verità: “Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt” … ”Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” Mt 5,8. Vedere Dio è il vertice della vera beatitudine.

I buddhisti sono dal Signore ritenuti tra i più dannosi e incurabili tra gli uomini: “Vos estis, qui iustificatis vos coram hominibus; Deus autem novit corda vestra, quia, quod hominibus altum est, abominatio est ante Deum” … ”voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio vede i vostri cuori. Ciò che è esaltato tra gli uomini è cosa detestabile dinanzi a Dio” Lc 16,15.



(1) “Esseri infernali, fantasmi affamati, animali, esseri umani, semi-dei e dei” - Benevolenza, chiarezza e introspezione – Dalai Lama, Ed. Ubaldini pag. 77
(2) Anand K. Coomaraswamy ”Buddha e la dottrina del buddhismo” Luni Editrice p. 245
(3) Dalai Lama, “La compassione e la purezza”, Ed. Fabbri Editori pag. 90


Download MP3 “Nirvana: vertice dell’illusione” (click tasto destro del mouse)



25 feb 2010

Per Siddharta la prima verità è la tirannia del dolore. Cosa significa? Che l’esistenza del dolore è la stessa ragion d’essere del buddhismo, infatti, la nota dominante della filosofia buddhista è la sofferenza. Siddharta costruisce su questo fondamento la sua filosofia e insistendo sul dolore, lascia trasparire il carattere ossessivo del suo pensiero, sempre ricorrente a dare eccessivo rilievo all’aspetto triste e oscuro dell’esistenza.

Egli si sente oppresso solo dall’ombra dell’esistenza e ciò denota l’elemento umano e non divino della sua filosofia, della sua psicologia, dove la paura del dolore lo atterrisce e lo vince, incapace come un comune uomo di trascendere la sofferenza. Ma perché teme così tanto il dolore? Tale irrazionale dolore è favorito dalla sterilità dell’anima a causa della perdita della presenza di Dio. La sua negazione di Dio preclude non solo il dono di vincere la paura del dolore, ma preclude anche di sublimarlo e trasformarlo nella fonte delle gioie divine. Infatti solo l’onnipotenza di Dio può trarre il miele dalle pietre e l’olio dai sassi, come dice la Verità: “quia non erit impossibile apud Deum omne verbum” … ”nulla è impossibile a Dio” Lc 1,37.

E’ forse cosa buona la strage dei martiri? Eppure lo Spirito di Dio mutava la morte e l’estremo male delle torture in massimo ed eccellentissimo bene. Fortunati eroi di Cristo che conoscevano la scienza di Dio che li faceva patire allegramente. Era Dio che mutava i loro tormenti in gaudio interiore, come dice la Verià: “sed tristitia vestra vertetur in gaudium” … ”la vostra afflizione si cambierà in gioia” Gv 16,20. Il dolore non è visto ignobile e vile, perché Cristo ha dato ad esso somma gloria e ornamento.

Siddharta a causa del suo stato di decadimento, aveva una visione opprimente e opaca del dolore; frustrazione, tristezza e malinconia sono così espresse: “la nascita è dolore, la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore” (1).

Il suo carattere malinconico era dovuto alla consapevolezza che il dolore non consentiva di godere i piaceri di questo mondo. Afflitto, credeva irraggiungibili gli oggetti che desiderava o imminente la perdita di quelli che già possedeva e godeva. Ancorato alla conoscenza e alla vita del corpo, si identificava ad esso e non possedendo la conoscenza dell’anima riduceva la realtà dell’uomo ad una parte di se stesso, il corpo, per questo concepì come dolore e afflizione la vita e la morte.

Consapevole che il mondo non poteva essere goduto senza qualche afflizione, preferì non volerlo godere più. Quello di Siddharta è un’atteggiamento patologico e riflette quanto fosse incapace di trascendere il dolore e trasformarlo in una sorgente di beatitudine. E’ Cristo che abbracciando ogni tribolazione diede al dolore splendore e nobiltà.

Il Buddhismo, diversamente, fa eco al mondo e non può ne comprendere, ne tollerare una cosa simile, per questo grida: “liberatevi dal dolore, liberatevi dalle afflizioni, fuggite la sofferenza” (2), ma grida anche Cristo e per essere udito meglio sale in alto e dalla croce grida che il mondo è bugiardo e sono beati gli afflitti perché saranno consolati da Dio. Infatti quando l’amore di Dio penetra il cuore dell’uomo riduce a niente il dolore. Alla presenza di Dio è il dolore che indietreggia, come alla presenza del fuoco è vinta la tela del ragno. Ecco come il fortissimo amore di Dio non teme nulla. E’ lo spirito ardente ed estatico dei santi che resi inflessibili come acciaio e nutriti dal latte delle molte consolazioni divine godono, interiormente liberi, il fuoco dell’amore di Dio, di cui vedono con occhio trasparente e puro le impronte nella creazione. Come potrebbero essere afflitti se, non avendo tutto, possiedono Dio che ha fatto tutto? Non sentono alcun bisogno: questa è la felicità! Sono ricolmi di Dio, oggetto di tutti i desideri. In mezzo a molti mali possono cantare e  ammirare la creazione che Siddharta teme di amare poiché teme anche la propria ombra. Il canto della creazione di S. Francesco di Assisi esprime come fosse stata resa divina la sua mente che non percepiva più gli esseri relativamente al piacere o al dolore che avrebbe potuto subire da essi, ma concepiva di tutte le cose pensieri puri.

Costituendo Dio la gioia più alta, non godeva più di beni mescolati, ma godendo solo Dio gioiva spiritualmente di tutta la creazione. Senza alcun condizionamento, libero da ogni errore, tutto amava in Colui che vedeva trasparente oltre le cose e oltre se stesso. Ecco come l’uomo purificato da Dio accede alla conoscenza di tutti gli esseri, contemplando le ragioni divine nascoste sotto le forme apparenti. Tutta la creazione è amata con tutto il trasporto dell’anima, non c’é infatti più nulla da temere perché: “sed perfecta caritas foras mittit timorem” … ”l’amore perfetto scaccia il timore” 1Gv 4,18.

La nascita, la vecchiaia, la malattia e la morte che tanto rattristano Siddharta sono percepite nel significato profondo del rapporto a Dio. Tutto è voluto dal provvidente ordinatore di tutte le cose per soddisare il progresso e l’ascesa dell’uomo verso Dio. Il dolore diventa diletto, la morte diventa sorella e “Scimus autem quoniam diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum” … ”tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” Rm 8,28.

L’uomo liberato da questa malattia che è l’ignoranza della causa degli esseri e di tutte le cose che sono nel mondo, ritrova l’intelligenza divina, la gioia beata e la potenza della verità. Siddharta, invece, era inchiodato all’aspetto superficiale e visibile degli esseri, senza mai riuscire a sopprimere la barriera che ossessionava e ostacolava la sua mente e gli causava la visione della sofferenza.

Questo atteggiamento denota il modo umano del suo approccio al dolore, l’elemento umano della sua filosofia e della sua psicologia, orientate a voler perseguire l’estinzione del dolore al fine di conseguire la felicità in questo mondo come scopo della vita.

Il rifiuto di Dio lo porta a creare abilmente il Nibbhana, un paradiso artificiale, immaginato dall’angoscia del suo bisogno di essere felice senza soffrire più nulla. In questo modo limita la ricerca della felicità a questo mondo. Ma l’uomo può perdere i suoi beni sensibili anche senza volerlo. Può, infatti, perdere le ricchezze senza volerlo. Può perdere figli e salute senza volerlo. Può perdere la stima degli uomini senza volerlo  e persino la vita.

Siddharta comprendendo quanto fossero relative le cose del mondo, non comprese però quanto sarebbe stato altrettanto ingannevole ricercare la spiritualità senza Dio. Perché? Perché l’uomo aspirandovi potrebbe non ancora conseguirla, vedendosi così deluso in quella speranza che aveva, soprattutto quando la liberazione è uno sforzo che l’uomo deve compiere durante molti secoli, come insegna il Buddhismo.

Infatti, il Dalai Lama, esponendo i metodi di addestramento della mente, afferma: “Non pensate di poter conquistare ciò di cui abbiamo parlato finora nel giro di qualche anno; potrebbero volerci secoli, per questo la determinazione è vitale. Se vi considerate buddhisti e volete realmente praticare il Buddha Dharma, allora dovrete decidere di farlo dall’inizio alla fine, anche se ci vorranno secoli e secoli” (2). E’ deprimente pensare che ci vorranno secoli e secoli e una lunga eredità di sofferenze! Il Buddhismo esige determinazione dall’inizio fino alla fine dei secoli e pretende insegnare la via di liberazione dalla sofferenza? Osa indicare la via della felicità? Che illusione e che illusi coloro che si nutrono di queste chimere.

Ora, cerchiamo di trarre le conseguenze di questa arroganza che presume di essere felici senza aver bisogno di Dio: l’illusione della liberazione trascinata nei secoli dei secoli, a motivo delle rinascite. Direbbe S. Paolo: “et in omni seductione iniquitatis his, qui pereunt, eo quod caritatem veritatis non receperunt, ut salvi fierent” … ”empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l’amore della verità” 2Tes 2,10.

Ma è proprio la fuga dal dolore e questa ricerca della felicità che favorisce le afflizioni, le insoddisfazioni, le frustrazioni e le malattie spirituali, come dice il Signore: “Quicumque quaesierit animam suam salvam facere, perdet illam” … ”Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà” Lc 17,33. Cioè chi cerca di affermare la propria vita perseguendo lo scopo della felicità la perderà; perché essendo il bisogno di essere felici legato al desiderio, niente può appagare questo desiderio, nulla può placare la sete di gioia, nulla saziare la capacita di gioire, se non Dio per il quale gli uomini sono stati creati, come afferma la Verità: “Omnis, qui bibit ex aqua hac, sitiet iterum” … ”Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete” Gv 4,13.

L’uomo è fatto per Dio e solo Dio può colmare il vuoto che lo separa dalla felicità. E’ come immaginare di avere un osso del braccio fuori posto che provoca dolore intenso; anche se cosparso di miele, di zucchero, vestito di seta e di porpora, adornato di bracciali d’oro, di pietre preziose e diamanti, non cessa di dare dolore, perché non è fatto per queste cose, ma è fatto per essere collocato nel posto per cui era destinato. Fuori di questo non trova quiete, ma continua a stare male. Allo stesso modo la soddisfazione di qualche desiderio, o l’avere estinto qualche passione, da all’uomo, di tanto in tanto, l’illusione di aver trovato quello che cercava, senza risolvere la frustrazione permanente e l’insoddisfazione ontologica perpetua.

Siddharta credette di porre rimedio a questa frustrazione attraverso la stessa frustrazione che ne è la causa. Invece di riconoscere che il vuoto che avvertiva dentro è quello dell’assenza di Dio, pensa di evitare il dolore che segue ad ogni piacere, rinunciando ad alcuni desideri, ma sviluppandone e collezionandone altri, come ad esempio il desiderio di praticare le meditazioni di carattere etico e il desiderio di conseguire il Nibbhana. Non vede che sforzandosi di evitare il dolore accresce solo la sua sofferenza, perché per rinunciare ad un desiderio che la causa, apre un varco ad un’altro desiderio che causerà nuove afflizioni.

Volendo fuggire la sensazione di dolore Siddharta fugge verso il nulla e fallisce il suo scopo, perché il dolore pur non voluto è sempre auto-inflitto dalle scelte dell’uomo, sia che decida di odiare, sia che decida di amare. L’illusione di Siddharta sta nell’aver pensato di conseguire l’estinzione del dolore, credendo di afferrare la felicità dove il dolore fosse assente. Impegnando le proprie energie a studiare le cause del dolore, scarta la causa vera: la separazione da Dio. Come si può pensare una cecità maggiore di questa?

I buddhisti meritano il rimprovero del Signore: “Filii hominum, usquequo gravi corde? Ut quid diligitis vanitatem et quaeritis mendacium?” … ”Fino a quando, o uomini, sarete duri di cuore? Perché amate cose vane e cercate la menzogna?” Sal 4,3. Cos’è detto vano se non tutti i beni sensibili che l’uomo ama possedere e godere senza Dio? E cosa è detto vano se non tutti i beni morali e spirituali, che per quanto superiori a quelli sensibili, sono apparentemente posseduti e goduti senza Dio? Come si può pensare un’illusione più grande? L’uomo non può, con i propri sforzi, liberarsi dalla rete dei desideri. Ma perché Siddharta indica la via della liberazione, sviluppando frustrazioni, insoddisfazioni e continue delusioni?

Cos’è questo voler trarre la beatitudine da se stessi, come l’infinito dall’indefinito? L’errore del buddhismo sta nell’aver insegnato a confutare e sopprimere l’io sviluppando un nichilismo totale. Infatti la tradizione buddhista Mahayana afferma che l’atman, l’entità permanente che sopravviverebbe per conoscere un’altra vita e che tutti chiamiamo anima, non esiste, anzi l’idea dell’anima sarebbe “il segno della nostra ignoranza” (3). Quindi Gesù Cristo dicendo: “Et nolite timere eos, qui occidunt corpus, animam autem non possunt occidere” … ”non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima” (Mt 10,28) avrebbe mentito. Tale estremo nichilismo, oltre che condannare l’esistenza di Dio, condanna anche l’esistenza e la natura dell’io, perché “vede in questo l’origine dell’egoismo” (4), della malvagità, dell’attaccamento ai beni. Errore gravissimo che fa credere l’anima l’origine del male. In verità, é il cattivo uso delle potenze spirituali dell’io, che ha generato le passioni detestabili, deformando l’io. Nulla di ciò che è nell’uomo è cattivo, ma solo il cattivo uso; nella misura in cui usiamo male le potenze della nostra anima ci giungono i mali.

Le passioni non fanno parte della natura dell’io. Che motivo, allora, c’è di condannare all’estinzione l’io? E’ la separazione da Dio che rende incapace l’io, di dire io distaccandosi.

Il buddhismo senza Dio, non ha alcuna alternativa, studiando i mali dell’io deve sopprimere l’io. Questa ignoranza porta a sopprimere non la malattia ma a colpire l’io, l’anima, l’individuo.

Essendo, per Siddharta, l’io l’origine del male bisogna sottrarre ad esso tutto. Questo atteggiamento manifesta come l’intelligenza buddhista sconfini senza Dio nella stupidità. Ecco perché, persino la gioia e l’amore è una sensazione che l’uomo deve allontanare, come è detto nei Dhammapada: “dalla gioia viene il dispiacere; dalla gioia viene il timore. Chi sia libero dalla gioia non prova più dispiacere? Dall’amore viene la pena, dall’amore viene il timore. Chi è libero dall’amore non prova più pena” (5). Siddharta è convinto che tutti i beni, non solo sensibili, ma anche morali come la gioia e l’amore, possono svegliare la natura passionale dell’io, perciò bisogna liberarsene. Questo è un errore, perché non sono gli oggetti o i sentimenti irreprensibili in natura, come l’amore e la gioia, a risvegliare la natura passionale dell’io. Piuttosto è vero il contrario: bisogna estinguere le passioni malate della superbia, che nega il rispetto dovuto a Dio e dell’avidità che brama i beni sensibili e spirituali di Dio, senza Dio, perché sono queste che generano l’attaccamento passionale. La purezza, infatti, è connaturale all’anima e le passioni non esistono naturalmente, ma si sono aggiunte all’io, come la malattia è successiva alla salute. Tutto ciò che Dio ha fatto è molto buono. Tutto ciò che permane come Egli lo ha creato è molto buono. Ma tutto ciò che è buono e si separa volontariamente da Dio diviene cattivo.

L’io è buono, ma separato da Dio diviene passionale. Pertanto le passioni cattive sono simili a focolai di infezioni e appaiono come il prodotto dell’invenzione dell’uomo e distruggono l’attività pura e naturale dell’anima. L’io divenuto fuoco, nel fuoco di Dio, viene purificato come oro, non rimanendo alcuna cosa fuori della perfezione di Dio, nessuna volontà passionale. L’io è libero, non estinto; è nella pienezza di Dio non nel vuoto, colmo di apparente ed illusoria beatitudine.

Infatti, il Nibbhana buddhista non è solo l’annientamento delle passioni, ma anche la “dissoluzione della personalità individuale” (6). Per questo motivo, un buddhista, non può conseguire la gioia infinita e spirituale che Dio partecipa a quelli che lo amano, come dice la Verità: “Non quod intrat in os, coinquinat hominem; sed quod procedit ex ore, hoc coinquinat hominem!” … “la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” Gv 15,11. Non può neanche comprendere come, il diletto della carità di Dio, consumi come fuoco gli elementi passionali dell’io.  Quale contraddizione , parlare di felicità, di gaudio positivo, senza possedere Dio; come si può godere se non c’è nessuna esistenza indipendente dell’io, nessuna entità permanente dopo la morte: “un essere-io definito e durevole sono energicamente confutati” (7). Il nichilismo è estremo: “non possiamo venerare il Buddha, perché non è più, perciò veneriamo le sue reliquie” (8). Nonostante la dottrina buddhista sia contraddittoria in se stessa, continua a parlare di beatitudine, felicità, calma, gioia positiva del Nibbhana; dovrebbe piuttosto parlare di sterile e fredda beatitudine, di quella pace scolpita nel volto dei morti. Questo è il Nibbhana senza Dio e non ha nulla a che vedere con la felicità.

Mentre il punto di partenza di Siddharta è il dolore, quello di Cristo è l’amore. Mentre Siddharta legge il dolore come una maledizione della vita da cui liberarsi, Cristo dice: “Beati, qui lugent, quoniam ipsi consolabuntur” … ”Beati gli afflitti, perché saranno consolati” Mt 5,4. Mentre Siddharta impiega le sue energie per fuggire il dolore a qualunque costo, Cristo cerca il dolore come testimonianza suprema dell’amore: “maiorem hac dilectionem nemo habet, ut animam suam quis ponat pro amicis suis” … ”Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” Gv 15,13.


(1) Anand K. Coomaraswamy ”Buddha e la dottrina del buddhismo” Luni Editrice p. 358
(2) Dalai Lama, “Le quattro sante verità”, Ed. Armenia pag. 141
(3) Dalai Lama, “La compassione e la purezza”, Ed. Fabbri Editori pag. 68
(4) Dalai Lama, “La compassione e la purezza”, Ed. Fabbri Editori pag. 67
(5) Anand K. Coomaraswamy ”Buddha e la dottrina del buddhismo” Luni Editrice p. 93
(6) Anand K. Coomaraswamy “Buddha e la dottrina del buddhismo” Luni Editrice p. 245
(7) Dalai Lama, “La compassione e la purezza”, Ed. Fabbri Editori pag. 67
(8) Radhakrishnan, “La filosofia indiana”, Ed. Asram Vidya pag. 438



Download MP3 “L’ossessione del dolore” (click tasto destro del mouse)



15 feb 2010

Siddharta non conosceva la vera e lodevole sapienza, ma solo quella che egli credeva di avere dalla propria bravura. Infatti, negando Dio non poté accedere a quella sapienza che il Padre rivela ai piccoli e agli umili che credono, come dice la Verità: “quia abscondisti haec a sapientibus et prudentibus et revelasti ea parvulis” … “hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” Mt 11,25. Ma perché il Signore dice che la vera Sapienza fu tenuta nascosta agli arroganti? Perché questa ricerca un intelletto umile, mentre lo stolto cercando di stabilire la propria giustizia, non si sottomette alla giustizia di Dio. Ecco perché tutti coloro che si credono intelligenti e sapienti falliscono e ciò accade per il loro orgoglio che li rende incapaci di rimanere piccoli dinanzi al Creatore, come ricorda S.Giacomo: “Omne datum optimum et omne donum perfectum de sursum est, descendens a Patre luminum” … “ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce” Gc 1,17. Solo gli umili che credono possono usufruire di tale sublime sapienza divina, mentre l’atteggiamento opposto fa si che i presuntuosi ne siano privati. Dio ha tenuto loro nascosta la vera giustizia abbandonandoli in balia di un’intelligenza depravata. Non nel senso che Dio operi l’accecamento, ma che essi per lo spirito di auto-sufficienza ne forniscono l’occasione. Infatti S. Paolo dichiara autorevolmente che: “si quis videtur sapiens esse inter vos in hoc saeculo, stultus fiat” … ”Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto” 1Cor 3,18; cioè chiunque pensa di essere sapiente senza aver bisogno di Dio, sarebbe meglio se si ritenesse stolto, in questo mondo, per conseguire i doni della salvezza.

Qual’è la giustizia richiesta, se S.Paolo dice che chi pratica la giustizia, “a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto” (At 10,35)? E’ evidente: quella che ha origine da Dio. Che giustizia, dunque, è quella di chi nega Dio? Che giustizia è quella di coloro che, gonfi di orgoglio, credono che sia da attribuire a loro stessi e non al dono di Dio la vita buona che conducono, ammesso che sia buona?

La vera giustizia è questa: qualunque bene, o è lo stesso Dio, o proviene da Dio; è evidente come S. Paolo si riferisca, non alla giustizia che proviene da quegli uomini che credono di avere risorse proprie e si gloriano come se non l’avessero ricevute, ma alla giustizia che Dio elargisce a coloro che si sentono bisognosi e poveri in spirito dinanzi a Lui.

Ora, se Dio è il sommo bene, colui che presume di essere buono per se stesso che cos’è se non un malvagio?!  Senza almeno il minimo grado di umiltà verso Dio, nessuno può introdursi di un solo passo nel sentiero della vera illuminazione interiore. La scienza più utile a ridurre la malattia della superbia è l’umiltà e questa è oltretutto la strada per essere qualcosa agli occhi del Creatore: “quoniam excelsus Dominus et humilem respicit et superbum a longe cognoscit” … “eccelso è il Signore e guarda verso l’umile, ma al superbo volge lo sguardo da lontano” Sal 137,6.

La protesta dei buddhisti è quella di sempre: se Dio esiste, l’uomo è niente, “l’esistenza di un Dio toglierebbe ogni speranza all’uomo” (1).

Costoro sono da compiangere più di Siddharta, perché dopo duemila anni di Cristianesimo hanno voluto privarsi della verità della fede per arroccarsi sulle vette dell’orgoglio. Se avessero occhi per cogliere il più piccolo dei prodigi compiuti da Cristo, comprenderebbero l’origine della Sapienza. Infatti, moltplicando i cinque pani e i pochi pesci, il Signore volle dar prova che il suo operato non è inferiore a quello della creazione. L’intelligenza più onesta ne deduce che tutte le cose visibili sono sue opere e creature, ed è Lui che ha detto in principio: “Germinet terra herbam virentem” … “La terra produca germogli” Gn 1,11. Quindi è il Signore che dice ai piccoli e agli umili che credono in Lui: “Qui manet in me, et ego in eo, hic fert fructum multum, quia sine me nihil potestis facere” … “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” Gv 15,5, ne in sapienza, ne in realizzazione spirituale e ne in beatitudine divina.

Ma costoro avvertono Dio come una minaccia, come un problema all’avanzamento dell’orgoglio, come uno scomodo importuno. Quantunque un buddhista, a suo dire, fosse giusto per opere e sforzi compiuti, sarebbe più utile se cadesse perché indietreggerebbe un po’ nella propria stima, avendo voluto cercare di piacere a se stesso e non a Dio. Ignorarsi deboli significa ambire ad una potenza e scienza cieca. La giustizia perciò esige che si dia a Dio quello che è di Dio. E come già detto sopra: qualunque bene o è Dio stesso o proviene da Dio. La superbia infatti è un peccato occulto e intollerabile, precetto di Satana, caparra del castigo, che il Creatore, giusto giudice, infligge agli empi.

Siddharta è un iniziato della luce oscura, perché perverte l’ordine posto da Dio nell’opera della creazione. Dio ha stabilito che il bene sia in utilità delle creature, ma l’onore e la divinità siano riconosciute solo al supremo autore di tutte le cose buone. Questo totale ripiegamento in se stessi è un disonesto appagamento interiore che i buddisti  più convinti di progresso chiamano pace o beatitudine.

Quando Satana visita la mente in forma di luce, produce un’apparente stato di appagamento, di simulata beatitudine, un vuoto, quel Nirvana molto simile alla calma e alla pace scolpita sul volto dei morti dove evidentemente il pensiero di Dio è assente. L’inganno che ricevono è tale che con l’esperienza di questo tipo di incandescenza della mente, rimangono presi nella rete di Satana, così che molti, dopo aver faticato per conseguire la liberazione dalle passioni più grossolane, ricercano compiaciuti il gusto di se stessi sotto l’apparenza della virtù. Satana infatti inganna in molti modi gli uomini e spogliandoli della luce divina li veste di quella esoterica.

Il vero mistico ha coscienza che l’esperienza spirituale di cui gode non è vibrazione di poteri scaturiti dalle proprie presunte energie, fino ad allora sepolte all’interno del corpo ed ora scoperte e liberate dai propri personali sforzi, ma essa proviene dall’unione con Dio. Questi super-sapienti, nei loro addestramenti, sono andati al di la, oltrepassando i limiti consentiti. Hanno voluto prevaricare e giungere oltre il male del mondo, fino ad ambire l’albero che sta in mezzo al giardino di Dio e che Dio proibì di mangiare.

Non bastò il primo inganno: quando Siddharta agognava alle ricchezze, per procurarsi molti piaceri e bramava ardentemente gli onori e i domini. Satana lo prese anche per la rete della superbia spirituale facendogli credere, mediante l’illuminazione, che avrebbe potuto raggiungere la beatitudine liberandosi dall’attaccamento delle cose del mondo, al fine di incatenarlo ad una schiavitù ancora più segreta.

L’uomo sensuale e carnale, infatti, è sedotto dalla materia e dai piaceri carnali e non ha bisogno che i demoni sprechino energie per perderlo. Satana va a caccia di coloro che, come cervi agili, saltano gli ostacoli della carne, correndo verso le vette della spirituale conoscenza.

La guerra che segretamente Satana muove a Siddharta è questa: convincerlo di essere libero senza esserlo. Prima amante dei beni sensibili, poi indotto dalla falsa illuminazione a credersi spirituale e realizzato solo perchè ha rinunciato ai desideri dei beni e dei piaceri del mondo. Se prima era gonfio di ricchezze, ora è gonfio lo spirito della peggiore delle idolatrie. Ecco perché i buddhisti sono idolatri di adorazioni non date a Dio, ma a se stessi. Dice il Dalai Lama: “Il praticante tantrico, deve nell’immaginazione visualizzare se stesso nell’aspetto divino” (2). E questo è il male empio: fare ciò che è vietato dalla somma ed ineffabile Verità. Per tale peccato cadde Lucifero: “ascendam super altitudinem … similis ero Altissimo” … “Salirò sulle regioni superiori … mi farò uguale all’Altissimo” Is 14,14.

Siddharta volle esser grande come colui che credette di poter diventare Dio, nutrendosi del frutto dell’albero proibito. Dalla simbolica pianta gustata contro il divieto di Dio è derivata la conoscenza più pericolosa per l’uomo: quella del bene e del male, l’offesa più oltraggiosa al Creatore che si attua attraverso la filosofia occulta che nella tradizione buddhista è un sistema esoterico avanzato noto come Tantra. Un insieme di insegnamenti e pratiche conosciute come Vajrayana: la via di diamante.

Proprio nel Tantra il Siddharta ha reso manifesto il risveglio delle forze più oscure e ingannevoli, aprendo il pozzo dell’abisso delle più primitive tradizioni gnostico-esoteriche. Egli, infatti, ammette alcune eccezioni che consentono di utilizzare le passioni, come l’odio, con un fine altruistico, come scrive il Dalai Lama: “Nel Tantra si trovano tecniche e metodi per utilizzare l’energia persino dell’odio a scopi positivi” (3).

Per questa via considerata avanzata, tutto può essere assorbito, anche il male. Nessuna visione accetta la totalità del bene e del male come il Tantra: la saggezza è conseguita da chi ha lasciato che tutto accadesse e non si può essere virtuosi se prima non si è smarrita la via. Per il Tantra tutto è buono, anche il peccato, anche l’odio. Cosa si può pensare di più perverso? Perdersi è bello, perché così il ritorno è più ricco. Dall’Inferno si apprezza di più il Paradiso. Che c’è di straordinario a vedere la luce di giorno? E’ bello scoprire la luce nella notte più profonda e nera, e l’illuminazione viene da sé. A questo punto Siddharta è un evidente iniziato a Satana per la via di questa totale immersione nelle tenebre delle azioni passionali.

L’odio può essere praticato con fine altruistico? Il fine buono non rende buono l’odio, come è detto: “Omnis, qui odit fratrem suum, homicida est, et scitis quoniam omnis homicida non habet vitam aeternam in semetipso manentem” … “Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna” 1Gv 3,15. E’ aberrante pensare che il male possa essere fatto con un motivo buono. E’ come voler far coincidere bene e male su uno stesso punto; amore e odio, purezza e impudicizia, libertà e schiavitù, fedeltà e infedeltà. Mentre si desidera il bene si fa il male, è come voler fare l’elemosina giustificando i soldi rubati a tale scopo, o prestare culto a Dio e a Satana: “Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l’iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre?” … “Quae enim participatio iustitiae cum iniquitate? Aut quae societas luci ad tenebras?” 2Cor 6,14. Un esempio di come tale sistema sia aberrante alla mente e di come venga continuamente insegnata e praticata, lo ritroviamo in uno dei tanti discorsi del Dalai Lama: (4). Un Lama che istruiva un suo discepolo al Tantra gli portò via la moglie. Quando il discepolo chiese consiglio al Dalai Lama, questi, giustificò come un banale difetto quell’adulterio. Ciò che è peggio è che quel maestro avrebbe giustamente commesso quella disonestà al fine di essere utile spiritualmente al suo discepolo. Secondo il Dalai Lama, il maestro avrebbe manifestato addirittura il suo altruismo, portandogli via la moglie, nascondendo le sue qualità di Dharmakaya e mostrandosi nell’aspetto ordinario di peccatore soggetto alle afflizioni mentali. Per cui se avesse mantenuto il suo stato di perfezione eterna, il suo discepolo non avrebbe potuto trarre beneficio dagli insegnamenti.

Da ciò si deduce come nel Tantra buddhista, l’accettazione sia totale, senza nessuna separazione tra bene e male, utilizzando sia le energie positive che quelle negative. Dio proibisce che dall’albero della conoscenza del bene e del male, l’uomo tragga la dottrina esoterica della coincidenza degli opposti, ed esige, invece, che bene e male siano separati: “Odientes malum, adhaerentes bono” … “fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene” (Rm 12,9).

Al fine buono sia sempre unito l’atto buono; pensiero e azione devono essere sempre congiunti.


(1) Cfr. Laksminarasu, “Essence of Buddhism” pp. 275-276
(2) Dalai Lama, “La via del Buddhismo tibetano”, Ed. Osca Saggi Mondadori pag. 98
(3) Dalai Lama, “La via del Buddhismo tibetano”, Ed. Osca Saggi Mondadori pag. 102
(4) Insegnamenti del Dalai Lama a Bodhgaya, India 6 gennaio 2010 – “Una persona seguiva il Buddhismo tibetano e mi disse che un lama gli aveva portato via sua moglie. Per cui lui aveva perso la fede. Gli ho detto che queste sono cose che succedono ma è il modo sbagliato di procedere scegliere ciecamente un maestro e poi abbandonarlo quando perdiamo fede in lui. A un certo punto, quando stiamo praticando la devozione al guru, anche se vedremo dei difetti, questi saranno un sostegno per la fede. Quando parliamo di difetti non intendiamo difetti del corpo ma della mente. Dal momento che il lama ha preso questo aspetto ordinario per apparire a noi può mostrare afflizioni mentali così come noi. Se il lama rimanesse nel suo aspetto del Dharmakaya ultimo non avremo nessuna possibilità di ascoltare gli insegnamenti. E’ proprio perché il lama mostra un aspetto ordinario che noi abbiamo la possibilità di vedere un guru, se lui mostrasse solo l’aspetto del Dharmakaya noi non lo potremmo neanche vedere” (tratto da: http://www.sangye.it/wordpress2/?p=1426)


Download MP3 “Satanismo e Tantra buddhista” (click tasto destro del mouse)



16 gen 2010

L’etica è il fondamento della vita buddhista. L’accento delle tradizioni buddhiste è posto sullo sforzo esclusivamente personale. L’uomo si eleva per virtù propria e non per soccorso divino. Il Buddha direbbe: l’uomo ha la ragione, segua la ragione per arrivare alla liberazione di se stesso, il che equivale a dire: l’uomo ha gli occhi, si lasci condurre dagli occhi senza il soccorso del Sole. Questa separazione da Dio, attraverso l’amore esclusivo di se stesso, determina l’illusione spirituale; infatti quando l’uomo smette di amare Dio apre la porta all’orgoglio della ragione, facendosi il male più grande.

Quale tipo di illuminazione conseguì Siddharta? Il buddhismo ricalca le orme della colpa ancestrale del primo uomo, il quale ricevette da Satana una seconda  conoscenza-illuminazione  che si opponeva alla  conoscenza-illuminazione divina. La promessa del serpente si realizza: l’uomo acquista una libertà che gli permette di determinarsi riferendosi solo a se stesso dandogli l’impressione di essere totalmente autonomo e di bastare a se stesso, come un dio totalmente indipendente dal vero Dio. Non c’è da meravigliarsene perché: “Satanas transfigurat se in angelum lucis” … “Satana si traveste da angelo di luce” 2Cor 11,14, e l’uomo, illuso, consegue una libertà che lo separa da Dio e lo perde.

Siddartha comprese lo stato di decadimento in cui l’uomo si trovava, lo avvertiva in se stesso e sentiva la prigione interiore che l’umanità soffriva. Egli si adoperò per conseguire ciò che i buddhisti e i più antichi testi chiamano la suprema liberazione. Immerso in pensieri profondi, raggiunse la conoscenza occulta degli stati interiori dell’essere, ottenne l’occhio della visione onniscente, la comprensione perfetta della catena della causalità ed infine l’illuminazione. Curiosamente, a conclusione delle sue indagini esoteriche, tutto raggiunse, ma non la conoscenza di Dio. Che tipo di gnosi conseguì? Si tratta di una conoscenza oscura come quella del primo uomo che esaltò la ragione volendo deificarsi senza Dio. Siddharta ripercorre al contrario lo stesso itinerario, illudendosi di risollevare l’umanità dallo stato di decadenza con i mezzi e nel modo in cui il primo uomo cadde.

Il primo uomo voltò le spalle a Dio cadendo, Siddharta volge le spalle a Dio risalendo a quello stato di auto-deificazione e di suprema illuminazione, esprimendo così quell’affermazione di assoluta autonomia dal Creatore, che fece appunto cadere Adamo al quale Satana aveva promesso di essere dio senza Dio. Siddharta si gettò in quella illusione e profonda oscurità, che prova l’uomo quando la ragione umana, credendosi illuminata, è sottratta al divino.

Qual’è l’origine di tale illuminazione? Il frutto manifesta la pianta, l’effetto manifesta la causa: sottrarre al Creatore il culto, l’onore e l’adorazione, attribuire all’uomo quello che conviene solo a Dio, negare Dio stesso; questi sono errori che non possono non avere per autore che Satana, il quale amando la propria iattanza si è distaccato dalla Verità e preferì godere di se stesso. Questi ha avuto sempre rapporti con l’uomo ingannandolo e adattandosi alle circostanze speciali di civiltà e di costumi. Allo stesso modo fu vinto Gautama con la sua illuminazione esoterica avulsa da Dio, immaginando arbitrariamente di aver conseguito la suprema illuminazione. Tolto di mezzo Dio, Siddharta, è libero di fare la grande scalata dell’orgoglio. Il Creatore è soppresso, non è più. Ora, se uno è saldamente convinto di questa falsa fede, è in evidentissimo segno di riprovazione divina, perché questo peccato fa preferire se stessi a Dio, fa vedere Dio come un concorrente scomodo che alla fine rinuncerebbe al trono per cederlo curvo alla creatura divenuta pervertita: “l’esistenza di un Dio toglierebbe ogni speranza all’uomo, essendo inevitabilmente sospinto da Lui” (1). Quale cosa può dirsi più turpe di questa deformità?

Per tale motivo il buddhismo è essenzialmente esoterico-ateistico con un codice morale imperfetto che, come dimostreremo, non è sufficiente a far conseguire la liberazione, come invece presume, dal momento che la liberazione è affidata alla sola forza della logica e si ferma ai confini della sola ragione, per questo rimane ancora recluso nei limiti della natura decaduta.

La fede in Dio è l’elemento espansivo della ragione; é ciò che la purifica, illumina e perfeziona. E’ il soffio dell’Onnipotente che fa l’uomo intelligente, come dice la Verità: “inspiratio Omnipotentis dat intellegentiam” Gb 32,8. La fede è il principio dell’intelligenza.

Vediamo ora quale grande virtù sia possedere la fede che supera la ragione e la guida razionale. D’altronde anche chi è buddhista lo è perché crede che questa scuola sia buona. Se è necessaria una certa fede per abbracciare la filosofia di Siddharta, quanto più ragionevole sarà che crediamo in Gesù Cristo, il quale insegnò che Dio solo bisogna adorare. Non sarà più ragionevole credere in Dio che al fondatore di una scuola filosofica? La fede è una virtù soprannaturale e Siddharta è un minorenne al quale manca la conoscenza divina della fede. Possedere la totalità di questa fede rende capaci di spostare le montagne, come dice la Verità: “Si habueritis fidem sicut granum sinapis, dicetis monti huic: «Transi hinc illuc!», et transibit, et nihil impossibile erit vobis” … “se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile” Mt 17,20. E se qualcuno obiettasse: quale monte spostarono quelli che ebbero fede in Lui? Rispondo che i suoi discepoli hanno fatto molto di più, risuscitando innumerevoli morti.

Le lotte del mondo non possono far vacillare l’uomo di Dio, perché è appoggiato alla solidità della fede, infatti a colui che possiede la potenza della fede tutto è possibile, come dice la Verità: “Omnia possibilia credenti” … “Tutto è possibile per chi crede” Mc 9,23. E’ offesa al Creatore ritenere che la fede di Cristo è irragionevole. Così si esprime il Dalai Lama: “Non posso credere neanche in forma allegorica che Dio abbia creato il cielo e la terra… lungi dal bendarci gli occhi. La fede non comincia che nel momento in cui la vista si arresta(2). E’ grave ciò che afferma il Dalai Lama dal momento che la fede non solo non toglie nulla a ciò che la ragione già comprende, ma aggiunge alla conoscenza naturale quella soprannaturale. L’ignoranza espressa in queste parole è esplicitamente confutata dalla Verità. Pietro, uomo come noi, ebbe fede nel Signore che gli diceva “vieni” sulle acque. Essendo il peso del corpo sostenuto dall’agilità della fede, quando credette camminò sulle acque, quando dubitò cominciò ad affondare, finche il Cristo vedendo il suo bisogno gli disse “Modicae fidei, quare dubitasti?” … “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” Mt 14,31. Rianimato perché il Signore lo afferrava con la mano credette nuovamente e camminò di nuovo sulle acque sostenuto dalla mano di Cristo. L’uomo, così, è introdotto in una conoscenza superiore e più alta: quella di Dio, che la fede vede e comprende.

La ragione è miope senza la potenza della fede, infatti la fede somiglia molto agli occhiali di cui si servono i miopi. Molti senza occhiali non vedono quasi niente eccetto gli oggetti che hanno sotto il naso. A questo si riferisce il Dalai lama quando afferma: “Il buddhismo si sofferma sui fenomeni che possiamo vedere, toccare, e comprendere“ (3). Siddharta da se non vede nulla fuorché queste cose corporee che sono viste anche dai cani e dai cavalli, proprio come coloro che, miopi, vedono le cose che hanno vicine, che non solo possono vedere perché grosse, ma anche toccare. Se il Dalai Lama indossasse gli occhiali della fede, che tanto disprezza, vedrebbe molto lontano, al di là dei cieli e oltre il tempo, lo splendore della divinità. Sarebbe la fede ad elevare la ragione fino ad opere e prodigi sovrumani, come disse il Signore a Marta, sorella di Lazzaro, il cui corpo morto era divorato dalla corruzione: “Nonne dixi tibi quoniam, si credideris, videbis gloriam Dei?” … “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?” Gv 11,40.

Dio ha dato all’uomo due tipi di occhi: quelli della carne e quelli della fede, il naturale intelletto e la sovrumana fede che conduce alla conoscenza sublime della Verità. La fede così, offre il vantaggio di far conoscere ciò che la ragione non può da sola indagare. Per questo motivo Dio rigetta la sapienza dei saggi e l’intelligenza di quelli che deridono la fede, intimando con queste parole: “Si non credideritis, non permanebitis” … “se non crederete, non avrete stabilità” Is 7,9. La ragione, senza essere illuminata da Dio non è che tenebra. E’ Dio che elargisce la fede, ma i buoni non devono pensare che questa sia un bene minore della ragione, perché quest’ultima è un dono che Dio ha dato anche a chi non è buono e se in questo dono consistesse il grande bene Egli certamente non lo darebbe anche ai cattivi.


(1)  Cfr. Laksminarasu, “Essence of Buddhism” pp. 275-276
(2) Dalai Lama, “La compassione e la purezza” ED. Fabbri Editori, pag. 90-91
(3)  Dalai Lama, “La compassione e la purezza”  ED. Fabbri Editori, pag. 91


Download MP3 “Siddharta: illuminazione oscura” (click tasto destro del mouse)



7 gen 2010

Una dichiarazione precede l’esposizione della legge morale: “Ego sum Dominus Deus tuus” … ”Io sono il Signore, tuo Dio” Es 20,2, che cosa significano queste parole? Nessuno può comandare ad un altro se non gode di un diritto di autorità, un titolo che gli conferisce una superiorità. L’affermazione che Dio fa di se stesso ha un grande valore, perché non afferma solo il diritto a comandare, ma impone anche di riconoscerlo per ciò che Egli è. Con questa affermazione Dio condanna e rigetta tutte le dottrine che in qualunque modo negano la sua reale personalità, la sua suprema autorità, o gli attributi che gli sono propri.
L’orgoglio nel buddhismo è una passione di estrema gravità che induce il devoto ad auto-deificarsi, a rivendicare per se’ un’autonomia assoluta, a trarre da se’ ogni qualità, ad affermare in ogni cosa la propria superiorità. Illude di conseguire dalla pratica di un certo addestramento superiore, dallo sforzo della concentrazione e dalla potenza della natura umana, e non dalla generosità divina, lo splendore della sapienza e la bellezza della virtù.
L’orgoglio ha la tendenza ad attaccare soprattutto l’uomo morale al quale fa credere di essere lui stesso la fonte della propria rettitudine; le virtù risulterebbero espressione del proprio valore e dei propri meriti.
Questa passione è un male che si incontra facendo il bene; esso è inconscio e segreto e affiora nello stato di separazione da Dio.
Dalai Lama è consapevole di ciò e afferma: “Sono consapevole del fatto che la ricerca interiore può condurre ad una sorta di autocompiacimento. Ho l’impressione che noi buddhisti abbiamo molto da imparare dai nostri fratelli e dalle nostre sorelle cristiane” (1).
Vivere al di fuori di Dio, condurre un’esistenza totalmente autonoma indipendentemente da Lui, affermarsi come principio e fine della propria esistenza e del conseguimento della saggezza, è una manifestazione di questo orgoglio fondamentale. Non bisognerebbe avere la presunzione di anteporre la propria scienza alla potenza di Dio, se non si vuole cadere nell’illusione di invocare la ragione sragionando ed ergersi nell’aria senza radice.
La vera dottrina di Cristo prescrive l’umiltà, inculca l’umiltà, perché non ci vuole molto a gloriarsi della sapienza diventando insipienti, perciò se si vuole conseguire il Nibbãna buddhistico sarebbe utile fissare il cuore nella croce di Cristo dove veramente l’estinzione delle passioni, del risentimento e dell’illusione si trovano conseguite eminentemente, come dice la Verità: “et invoca me in die tribulationis: eruam te, et honorificabis me” … “invocami nel giorno dell’angoscia: ti salverò e tu mi darai gloria” Sal 49,15.
Senza Dio non c’è estinzione delle passioni, ma solo l’illusione dell’orgoglio che permane lasciando l’impressione di un’elevazione spirituale. L’uomo nell’attribuire ogni buona disposizione, ogni qualità, ogni virtù e sforzo a se stesso, aggrava il proprio delirio e aumenta la propria condanna nell’osare di attribuirsi ciò di cui dovrebbe piuttosto rendere grazie a Dio. L’uomo che pensa da se stesso di essere qualcosa e concepisce un’elevazione, dà prova della più totale ignoranza di se’. Il buddhista non può praticare la verità dal momento che è consapevole che: “chi non ammette la sufficienza della ragione non può essere chiamato buddhista” (2). E’ come dire: diventiamo giusti da noi stessi senza l’aiuto di Dio che opera in noi. Questo ragionamento è riprovato da Dio: “Maledictus homo, qui confidit in homine” … “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo” Ger 17,5. Tale empietà della ragione è un tumore della superbia che soffoca la verità nell’ingiustizia. L’uomo crede di non aver bisogno di Colui che, solo, possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile, elargitore di verità spirituali investite di autorità soprannaturale; questo è il grande limite dell’etica buddhista. L’ignoranza è al principio di questo sistema, come un male, e dopo di questa viene l’incredulità. Senza Dio non vi può essere vera conoscenza, perché senza il primo, la seconda è falsata; infatti, Dio è al principio di ogni virtù come la luce è all’origine del giorno. Non vi è nulla di più miserevole e vulnerabile dell’uomo che non ha Dio come sostegno. Il saggio non si attiene alle sue ragioni, non si sente convinto delle sue verità ma comprende essere Dio autore della legge morale e spirituale, consapevole che nessuno può essere veramente puro se Dio non glielo concede. Questo volersi insuperbire della libertà senza essere liberati, cos’è? E se poi sono stati liberati, perché se ne vantano come di un’operazione propria e se ne gloriano come se non fosse un dono ricevuto? Dov’è l’empietà? Non hanno dato gloria a Dio, non gli hanno reso grazie, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti: “non sicut Deum glorificaverunt aut gratias egerunt, sed evanuerunt in cogitationibus suis” Rm 1,21.

L’orgoglio possiede al più alto grado la capacità di illudere, ossia di far scomparire altre passioni come l’incontinenza, il risentimento, l’odio, l’invidia, l’ira prendendone il loro posto. Così la passione dell’orgoglio in certi casi appare come amica della pratica della moralità, insegnando ad astenersi dalle azioni negative: uccidere, rubare, mentire; come pure astenersi dalle intenzioni malevoli e dal desiderio di fare il male. Ecco che l’orgoglio appare come causa delle più determinate scelte etiche e nemico dei pensieri più iniqui. Ciò accade segretamente perché questa passione è la causa di tutti i mali dell’uomo e pur reprimendo le altre passioni le possiede sinteticamente tutte. E’ così che il il povero Buddha ha creduto di essere esente da tutte le passioni e ne fanno l’esperienza coloro che da lui apprendono l’istruzione.
La passione dell’orgoglio sussiste in ogni uomo che non è stato liberato da Dio, infatti accade che le passioni si allontanino dai devoti, salvo una sola: l’orgoglio. E questo è lasciato loro come il più grande dei mali che da solo riempie il posto di tutti gli altri e basta ad essere causa della riprovazione divina, come dice la Verità: “quod hominibus altum est, abominatio est ante Deum” … ”ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio” Lc 16,15. Nell’anima vi è un’economia delle passioni tale che quando una passione esiste con poca intensità sembra assente; la sua mancanza è relativa perché compensata dal più grande sviluppo di un’altra passione. Ecco perché ciò che l’uomo fa o crede di fare bene, se non ha di mira la virtù verso Dio, non si può chiamare bene quello che fa. E’ da Dio che tutto ciò che è buono trae la sua bontà, pertanto il bene che si pensa di fare è una pianta che gli uomini dicono buona, ma è sterile dinanzi a Dio. Per questo motivo una spiritualità senza Dio è deforme. Non devono essere annoverate buone quelle opere compiute senza la fede, perché ciò che fa buona un’opera è l’intenzione e ciò che fa pura e retta l’intenzione è la fede in Dio, come dice la Verità: “Iustus autem ex fide vivet” … “Il giusto vivrà mediante la fede” Rm 1,17. Il limite dell’etica buddhista è proprio questo: essa è priva della prima giustizia verso Dio, per questo le azioni possono essere ritenute meritevoli di lode solo dagli uomini. La Verità, infatti, si oppone a coloro che attribuiscono alla forza della propria volontà umana, e non all’aiuto divino, la possibilità di conseguire la perfezione. Dio prima di guardare ciò che l’uomo fa, vede ciò che l’uomo è, come dice la Verità: “nec iuxta intuitum hominis iudico: homo enim videt ea, quae parent, Dominus autem intuetur cor” … “io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore” 1Sam 16,7.
Infatti, non sono le opere che ci santificano, ma siamo noi che santifichiamo le opere. Come? Non considerando solamente ciò che si fa, ma se lo facciamo con lo spirito della Verità. Quindi l’uomo non creda di poter dare da se stesso anche il più piccolo frutto, perché poco o molto che faccia non lo può fare senza Dio; dunque è empio e insopportabile presumere la giustizia.
Ora, la retta fede è questa: l’abbondanza di cui l’uomo gode proviene da Dio a cui attribuire il ricevuto e a cui rendere grazie, se l’uomo vuole essere nella verità ed essere liberato dalla passione dell’orgoglio. Se l’uomo, invece, vuole essere luce a se stesso non basterà la pratica della purezza e della compassione a renderlo beato, perché chi presume della propria virtù è già caduto, lontano dalla verità che illumina. Bisogna essere attenti agli insegnamenti che hanno del buono mescolato al cattivo.
Retto sforzo, retto pensiero e retto agire sono parole che risultano sterili senza l’umiltà che è fondamento dell’agire onesto. Dice la Verità: “Ego sum via” … “Io sono la via” Gv 14,6, indicando il retto sentiero; perciò l’uomo deve evitare di deviare o di voltarsi a destra o a sinistra. Il retto sentiero è quello della ragione aiutata dalla fede in Dio, ma cos’è che offusca l’occhio della ragione, e con superficialità nega Dio, se non l’orgoglio?
Buddha pretendendo di accendere la lampada della insufficiente ragione ha pensato di spegnere il Sole della divinità. La ragione che vantano i buddhisti l’ha fatta Dio, ma ben più luminoso è naturale che sia Colui che l’ha creata.
Può Dio aver creato l’uomo e averlo dotato di occhi per vedere l’eccellenza della ragione e non per vedere e ammirare Lui che ha creato la ragione stessa? Accade però che l’uomo abbia troppo cara la ragione, per questo non crede di aver bisogno di Dio. A cosa serve aver rinunciato al risentimento, se l’uomo si lascia dominare dalla superbia? Tutto quanto l’uomo ha di buono lo ha ricevuto da Dio che solo è buono, questo deve apprendere un buddhista dalla Verità: “Nemo bonus, nisi unus Deus” … “Nessuno è buono, se non Dio solo” Mc 10,18. Cos’è questo mettersi avanti a Dio? Sarebbe bene per l’uomo porsi dietro a Dio, senza voler sorgere prima e mettersi davanti a Lui. Come voler innalzarsi così in alto e mettersi davanti al Sole pensando di oscurarlo ed eclissarlo.
Se l’uomo crede che ciò che è in lui non è opera della generosità divina, questa falsa conoscenza contamina l’agire morale ed è causa della sua rovina.
Questa è la conoscenza reale che permette di estinguere la passione dell’orgoglio: dall’uomo viene il far male, da Dio il far bene; questa è la verità che libera l’uomo e lo spinge al più alto grado della purezza e dell’impassibilità, come dice il Signore: “cognoscetis veritatem, et veritas liberabit vos” … “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” Gv 8,32.
Contrariamente a ciò che afferma il Dalai Lama: “Non si tratta di stabilire che una sola interpretazione della realtà è giusta, e che quindi dovreste seguirla, visto che le altre sono false. Non è possibile affermare ciò. Neppure il Buddha poteva fare una simile affermazione” (3), perché non era investito di alcuna autorità divina, né poté rivendicarla; possiamo dire secondo verità, che la dottrina di Cristo è migliore e più pura di quella di Buddha.
Perché? Perché questa verità ha un fondamento: il Cristo è Dio e il Buddha non lo è; di conseguenza anche la dottrina di Cristo risulta di natura superiore ed essendo soprannaturale può raccogliere frutti spirituali migliori e più puri.
Dice la Verità: “Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt” … “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” Mt 5,8. Cos’é che vedono i puri? Dio! Se il buddhista non vede Dio, non è puro. La conoscenza che vanta di possedere è oscura e non gli consente di vedere con trasparenza Dio.
L’ignoranza, che è alla base dell’istruzione buddhista, non lascia discernere che spesso buoni e cattivi possono aspirare alle medesime virtù e fare le stesse opere. La superbia, infatti, può vestire l’onestà ed essere molto operosa agli occhi degli uomini, ma sterile agli occhi di Dio. Il buddhista e il cristiano fanno cose molto simili e quasi uguali, proprio come la superbia e l’umiltà della fede. L’umile nutre il povero, ma anche il superbo. Solo che l’umile, istruito dalla Verità, è consapevole di non essere l’autore di quel bene. Il superbo, invece, è convinto di esserne la causa. Da un lato è la superbia che guida la ragione a fare il bene, dall’altra è l’umiltà che la muove a fare il bene. Uno ha l’umiltà, l’altro no. Uno ha la verità, l’altro no. Il cristiano possiede Dio, il buddhista no. In uno la radice è l’insegnamento di Cristo, nell’altro la radice è l’istruzione di Buddha dove l’apparenza è quella della spiritualità mentre la matrice è guasta e difettosa. Questo modo di conoscere senza Dio è ignoranza di tutto ciò che è veramente buono, è come vedere di notte: può dare l’illusione di conoscere, ma si apprende poco e male. La notte, infatti, è sempre mescolanza di cose incompatibili, ossia di pallida luce e oscurità. Perché ricevere luce da una lanterna ora che è apparso il Sole? Perché nutrirsi degli scarti della conoscenza ora che ci sono offerti i cibi sostanziosi della sapienza divina?
Bisogna vedere da dove trarre il vero concetto di virtù degno di tale nome.  Vi sono quelli che le attribuiscono alla forza della volontà umana: non  quelle che si hanno dall’aiuto divino, ma a quelle del libero arbitrio. Quest’errore è una conseguenza della superbia, infatti la virtù dei puri viene da Dio.
Nei buoni è l’amore di Dio che fa conseguire la virtù, mentre negli amanti di se’ la virtù non può essere detta virtù, ma fatica dell’orgoglio, sudore della presunzione, come dice la Verità: “Nisi Dominus aedificaverit domum, in vanum laborant, qui aedificant eam” … ”Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” Sal 126,1.
L’intelligenza buddhista è intelligenza oscura, perché separata dalla conoscenza divina. La sua parvenza di religiosità da all’uomo solo l’illusione di conoscere veramente. Tutto ciò che si percepisce fuori di Dio non è che un fantasma, una finzione, una mistificazione della virtù; l’orgoglio infatti è finzione del bene. Dio è principio, centro e fine di ogni agire onesto e l’uomo che vive al di fuori di Dio non può conoscere altro che il nulla, come dice la Verità: “sine me nihil potestis facere” … “senza di me non potete far nulla” Gv 15,5, nessuna opera veramente buona, nessuna opera veramente pura. Quando il Sole brilla e illumina tutto con la sua luce, se un uomo si coprisse gli occhi immaginando di essere nell’oscurità, mentre l’oscurità non esiste, procederebbe verso l’ignoto; così l’anima coprendosi gli occhi che le permetterebbero di vedere Dio, crede di fare qualche cosa, mentre non fa nulla. La religione è come un edificio, una imponente costruzione: come si può pensare di edificarla bene di notte? Dice la Verità: “Ego sum lux mundi; qui sequitur me, non ambulabit in tenebris” … “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre” Gv 8,12. Si può acquistare il tesoro della conoscenza spirituale solo se si possiede la chiave della scienza che è Dio, per questo la religione buddhista si rivela un sostituto della spiritualità, costituita per colmare il vuoto di Dio, come  ”un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia” … “viro stulto, qui aedificavit domum suam supra arenam” Mt 7,26.


(1) Dalai Lama (Incontri dell’anima per cristiani e buddhisti pag. 102) ED. Piemme
(2) C. A .F. Rhys Davids (Psalms of th Sisters, pag. XXIX)
(3) Dalai Lama (Incontri dell’anima per cristiani e buddhisti pag. 9) ED. Piemme



27 dic 2009

Oggi torna alla ribalta l’interesse per la spiritualità, il bisogno di recuperare la propria interiorità. Accade però che l’interesse per la spiritualità non è uguale all’interesse per la verità.
Il bisogno di recuperare la propria interiorità sotto forma di appagamento umano, impedisce di vedere la Verità nella sua essenza e interezza, ed elabora arbitrariamente concezioni religiose erronee e degradanti, se non addirittura vuote, della conoscenza di Dio. E’ cieca la ricerca intimista della spiritualità, perché approda inevitabilmente ad un estremo relativismo che non discerne più il vero dal falso, il perfetto dall’imperfetto e giunge a definire impossibile che una religione possa essere vera e un’altra no, come se non si possa provare che una mela è buona e un’altra non lo è. Il bisogno di spiritualità non dice nulla senza avere come lampada la Verità che illumina i sentieri della conoscenza.
Non ogni conoscenza è apprendimento della verità, infatti è bene ciò che è conforme a verità ed è male ciò che gli è contrario. E’ buona quella religione che è più conforme alla verità, ed è male quella che gli è contraria. Spesso si dicono molte verità per allontanare dalla Verità. Dire che l’acqua disseta senza però indicare il luogo esatto della sorgente a cui attingerla è come illudere di raggiungerla senza mai trovarla. Invogliare all’acqua e allontanare da essa è un tutt’uno. E’ come dire la verità sviando dalla possibilità di conseguirla. Vi è la religione che indica l’acqua ma ne ignora la sorgente. A che serve discutere intorno alla saggezza se si è lontani dalla sorgente? A che serve discutere intorno all’amore di compassione se si ignora la fonte, e si indicano cisterne screpolate in cui le acque sono poche e sporche di dottrine troppo umane non prive di errore? La religione che è più conforme alla verità consente di progredire. Senza la Verità l’uomo può giungere ad intravedere solo qualcosa di confuso e oscuro, con molte contraddizioni, circa la verità. Oggetto di ogni vera scienza religiosa sono i doveri che legano l’uomo a Dio, come da figlio a padre, al quale il figlio deve amore e rispetto. Se la religione non è il complesso dei vincoli, dei doveri e delle verità che uniscono a Dio, cos’è?

La luce divina è una luce superiore e perfetta, e rispetto alla quale la luce della sola ragione si eclissa. La luce che procede e si diffonde dal basso non è come la luce che procede e si diffonde dall’Alto, come dice la Verità: “Qui de sursum venit, supra omnes est; qui est de terra, de terra est et de terra loquitur” … “Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla della terra” Gv 3,31. Diciamo appartenere alla terra l’insegnamento buddista; essenzialmente psicologico, non spirituale, essenzialmente materialista, non metafisico. Già nelle prime scritture buddhiste appaiono dei riferimenti alla dottrina materialista: “Sia i saggi che gli sciocchi, quando il corpo si dissolve, scompaiono, periscono e non esistono più” (1). Il buddhismo è pertanto una religione della ragione chiusa nel limitato confine della logica, per la quale la morte è la fine di tutto. Un sistema filosofico adeguato ai bisogni di un antico umanesimo senza Dio, come insegnerebbe il Dalai Lama: “Per un buddhista l’idea di un Dio creatore è assurda” (2), cioè illogica, contraddittoria, farneticante. Se è vero che non tutti coloro che errano dicono menzogne come chi mente, è pur vero che supporre l’errore come affermazione vera è menzogna anche quando non si ha la volontà di voler ingannare. Nella dottrina di Cristo splende eminentemente il carattere della divinità: “Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo et ex tota anima tua et ex omnibus viribus tuis et ex omni mente tua et proximum tuum sicut teipsum” … “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente il prossimo tuo come te stesso” Lc 10,27. Una religione quando è vera poggia sulle colonne di due amori: Dio e il prossimo. Tutto l’edificio di una religione è precario se sostenuto da una sola colonna; risulta sempre disarmonico e screditante della Verità.
Non si può affermare l’unione degli opposti, il vero e il falso, e non si può essere indifferenti all’errore e alla Verità. La verità urta piccoli e grandi, deboli e potenti, ma mai bisogna preferire di tacere affinché tutti dicano bene di noi. Troppi conoscono l’arte del corteggiare, e preparerebbero un posto in Paradiso agli umili e agli orgogliosi, ai credenti e agli atei. Adulando gettano moltissime anime nell’ignoranza, e la loro lingua diviene più sterminatrice della mano che uccide. Il loro silenzio è amore del quieto vivere. Il rispetto sincero di quanti praticano con sforzo la propria religione non deve impedire di istruire coloro che percorrono la via dell’errore, e l’errore è questo: il buddismo è negazione dell’amore che si deve al Creatore, deplorevole negazione del rispetto al primo e più grande comandamento della Legge intimato da Dio.


(1) Rhys Davids, Dialogues of the Buddha, II, pag. 46
(2) Dalai Lama, “Le quattro sante verità” Ed. Armenia pag. 15



26 dic 2009

Il primum movens della pura e perfetta spiritualità è l’umiltà, sigillo netto della dottrina di Gesù Cristo. Questa è una virtù che dà una cognizione verissima di Dio e dell’uomo, e colloca al giusto posto la creatura rispetto al Creatore. L’umiltà è una virtù che è sotto il dominio della verità. Si tratta di una luce soprannaturale, nella quale Dio rivela alle creature ciò che Egli è e ciò che esse  sono. Dice il Signore: “veritas liberabit vos” … “La verità vi farà liberi” Gv 8,32, non liberi da Dio, ma liberi dall’orgoglio che dice di Dio quello che Dio non è, e dell’uomo quello che l’uomo non è. La pratica dell’umiltà muove la creatura ad esaltare tre primati di Dio: “è verità che Dio solo possiede la divinità; è verità che Dio solo possiede ogni perfezione; è verità che Dio solo possiede pieno potere di diritti su ogni creatura”. Questo è un porsi nella verità riguardo a Dio: riconoscere del Creatore ciò che egli solo è, e inabissarsi nella cognizione verissima di sé. E’ tanto grande l’amor proprio, questo amore eccessivo e malato di sé, che disturba e impedisce la vera cognizione di sé stessi. La vera conoscenza libera dal falso ego, perché “Nam si quis existimat se aliquid esse, cum sit nihil, ipse se seducit” … “Se … uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso” Gal 6,3. Nella creazione non abbiamo avuto parte alcuna, perciò è orgoglio attribuire a noi stessi le qualifiche della divinità. L’essere ci è stato dato con atto creativo, ma abbiamo continuamente necessità di Dio per non perdere l’essere. Senza Dio l’uomo torna come quando era niente. Il rapporto che la casa ha con il suo costruttore non è uguale al rapporto che Dio ha con l’essere creato. Il costruttore, completato l’edificio, può anche dissolversi, la casa si sostiene da sola, ma Dio creato l’essere, costituisce il suo permanente sostegno, tanto che venendo meno la sua presenza, l’essere più non è. Egli costituisce la Supersostanza, l’Interno Reggitore di tutte le cose che sono create e “ipse est ante omnia, et omnia in ipso constant” … “Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui” Col 1,17. Sono beati gli umili, perché istruiti dalla Verità, hanno conosciuto essere un nulla la propria sostanza, se non è sostenuta e conservata dalla Sostanza sovrana creatrice di Dio.

Se scaviamo più giù, oltre il nostro niente, vi è di noi stessi qualcosa di più profondo: la malvagità. Presumiamo voler essere più di ciò che siamo, e neppure vediamo che questa sete di divinità è gonfiezza che fa scoppiare il cervello; queste idee deliranti sono vere psicosi. Si tratta di disturbi della percezione e del pensiero, fantasie fortemente suggestive, fenomeni allucinatori, immagini super-tridimensionali dell’ego che non afferra più la realtà di Dio e dell’uomo, a conferma queste sono le parole del Dalai Lama: “Se riusciamo a coltivare con successo una ferma e chiara percezione di noi stessi nell’aspetto di divinità, riusciremo anche a sviluppare l’orgoglio divino, un senso elevato di identità, fondato su tale apparenza divina” (1). Il Dalai Lama, negando Dio, prende il suo posto dando prova dell’orgoglio che lo abita, eleva se stesso, ammira se stesso come una divinità. Il suo orgoglio non ammette come rivale neanche Dio. Crede di ricevere dalla potenza della propria natura, e non dalla generosità divina, lo splendore della saggezza e la bellezza della virtù. Ecco quanto Dio giudichi detestabile l’orgoglio: “elevatum est cor tuum, et dixisti: Deus ego sum …. cum sis homo et non Deus, et dedisti cor tuum quasi cor Dei.” … “il tuo cuore si è insuperbito e hai detto: Io sono dio … mentre tu sei un uomo e non un dio, hai uguagliato la tua mente a quella di Dio”  Ez 28,2 .

E’ tipico della presunzione far cadere nella vanità spirituale soprattutto coloro che hanno fatto profitto in qualche virtù naturale. Questo inchiodarsi sulla ragione che presume la realizzazione del sé è aumento dell’orgoglio spinto fino alla lucida follia, che eccita per dosi eccessive il proprio ego. Si tratta di un distorto, ambizioso e sfrenato bisogno di valorizzare se stessi valicando i limiti di attributo e natura. Questa mania di ingrossare l’ego è ricollegabile a quelle irritazioni del tessuto psichico, che ha i segni sicuri della patologia della conoscenza: errore e vanità. La superbia infatti è una specie di “trances” … un delirio, un impasto di idee insensate e incontrollabili che convincono della sovranità dell’umana ragione, con conseguenze inevitabilmente drastiche: esaltazione della mente, rifiuto di Dio, alienazione orgogliosa che rende l’uomo Principio assoluto del bene, negazione della Verità, inutilità del ricorso alla fede.

E’ la superbia che impedisce di vedere questo oltraggio della creatura al Creatore. Dice la Verità: “In memetipso iuravi: Egressa est de ore meo iustitia, verbum, quod non revertetur; quia mihi curvabitur omne genu” … Lo giuro su me stesso, dalla mia bocca esce la verità, una parola irrevocabile: davanti a me si piegherà ogni ginocchio” Is 45,23. Se è riprovevole la vanità che si innalza sopra i propri simili, figurarsi quella che si innalza fino a Dio. Se ogni superbia dell’uomo sarà umiliata da Dio, cosa dire di questa superbia, che muove l’uomo a sollevarsi così in alto fino ad eguagliare la sua mente a quella dell’Altissimo? Se gli uomini fossero un po’umili, tanto da piegare le ginocchia e chiedere la luce proveniente dall’Alto, otterrebbero di accorgersi che la dottrina di Buddha si regge su puntelli corrosi da tarli e da muffe, e che la sua voce è lontana dalla verità e dal Verbo di Dio. Superuomini infatuati dalla sua pseudo-scienza e dalla voce del serpente: “mangiate questo frutto e sarete simili a Dio” Cfr. Gn 3,5. Nella loro ignoranza man­giano e bevono l’inganno, e la menzogna penetra nelle midolla, dove l’orgoglio tutto corrompe, anche lo sforzo morale .

Dalai Lama è questa guida “Trainer” che introduce le masse potenzialmente sprovvedute in un paradiso psichico e artificiale, dove le creature, indifferenti al Creatore, non lo riconoscono più. Nel buddismo, non è solo la vuota conoscenza che conduce alla vertigine dell’orgoglio, ma anche l’ignoranza.
Il Buddismo è essenzialmente una dottrina psicologica centrata sull’ego; somiglia ad un universo senza sole, ad una religione senza Dio: “Dixit insipiens in corde suo: «Non est Deus»” … “Lo stolto pensa: «Non c’è Dio»”  Sal 13,1.


Dalai Lama, La via del Buddhismo Tibetano, Ed. Mondadori, Milano 1995